Progressività dell’Inquisizione semicolta

Benvenuti a Inquisizione Culturale, una rubrica nella quale abbiamo deciso di raccogliere tutte le perle, le dimostrazioni di vita vissuta, le prediche morali ma anche i modi subdoli in cui la retorica semicolta decide di controllare i nostri pensieri, le nostre azioni, le nostre vite, perfino la nostra coscienza.

Tra le numerose manifestazioni dell’Io sinistroide odierno, ogni settimana ci sarà un vincitore, che verrà pubblicato, onorato e celebrato come gli si compete. Non è detto che l’Io sia una persona singola, considerando che l’Iperuranio radical è spesso composto da un nutrito gruppo di entità pregne di illuminazione, e quindi ci si può riferire anche a un’iniziativa di massa, a una dimostrazione di presunta solidarietà priva di qualsiasi consistenza reale, eccetera.

L’abbraccioso e teneroso evento facebook “Free hugs for Belgium” successivo agli attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles, ad esempio, è stata un’ azione mentalmente aperta di stampo collettivo, degna della nostra attenzione e delle nostre idi. La Boldrini o il Saviano di turno rappresentano invece i singoli. Insomma, massima libertà, non facciamo discriminazioni, a noi vanno bene sia le persone che le personalità giuridiche. Magari entrambi.

Inquisizione Culturale è dentro di voi, cercatela, e la luce in fondo al tunnel sarà più vicina: sì, me ne rendo conto, è una di quelle frasi ad effetto che non vogliono dire nulla, ma data la forte attrazione che questo spazio avrà per il mondo radical, abbiamo deciso di lasciarci coinvolgere nell’atmosfera. E quindi vi invitiamo a salire su questo meraviglioso treno insieme a noi, ad avvertirne l’accoglienza, ad annusarne la moralità e assaporarne la democrazia.

Come esordio mi è sembrato giusto analizzare un fenomeno complesso, collettivo e generale, che possa anche fungere da “manifesto” per questa sezione: il delirio di gruppo. Dopo la volgare e penosa aggressione ai danni di Bruno Vespa, colpevole secondo masse e politici semicolti di essersi permesso di intervistare Salvo Riina in televisione.

L’ aggressione a Vespa parte da lontano, non si limita semplicemente all’ultima critica, ma a tutta una serie di azioni e reazioni che somigliano in tutto e per tutto alle messe al bando in molti regimi totalitari, tanto criticati nella nostra società libera, onesta e obamiana.

Tra annuncio dell’ospite, la messa in onda e periodo successivo abbiamo assistito a una serie di insulti quotidiani contro il conduttore e rilevato una caratteristica comune: il giudizio prevenuto. Una vera Inquisizione quindi, degna erede a tutti gli effetti di quelle tardo medievali di matrice spagnola o vaticana.

Caratteristica peculiare di questo pregiudizio è la progressività. Non si ferma al primo passaggio, ma prosegue e, appunto, si evolve, a seconda che venga smentito da un’obiezione basata su fatti reali o meno. A dirla così sembrerebbe qualcosa di articolato, dalla grande sensibilità, ma è proprio questo il miracolo dei semicolti, riescono a rendere superficiale perfino l’approfondimento.

Bruno Vespa di certo non verrà bruciato in piazza. Ma la salvezza dal rogo  c’è solo perché in quest’epoca si preferisce isolare ed insultare piuttosto che inveire fisicamente (come se fosse per forza meno grave). In ogni caso, la progressività dell’Inquisizione Semicolta ha seguito, almeno in questo caso, quattro passaggi fondamentali: l’indignazione al sapore di calunnia, la contestazione della demoniaca pubblicità, la derisione professionale e, infine, evitare l’evidenza.

Non negarla, attenzione, evitarla, in modo da non doversi neanche trovare in difficoltà: colpi da fuoriclasse, autentiche magie. Non abbiamo ancora elaborato una legge di sviluppo universale della censura mentalmente aperta, ma ci promettiamo di studiare il fenomeno nelle future occasioni.

Ma accingiamoci ad analizzare con gioia e meraviglia questa democrazia realizzata, magari ascoltando una “Cavalcata delle Valchirie” in segno di vittoria.

1. L’indignazione al sapore di calunnia. E’ la fase più concitata, confusa, ma forse più autentica della progressività inquisitoria semicolta. Diciamo autentica perché, probabilmente, corrisponde alle reali motivazioni che spingono a generarla, ossia non permettere a certe persone di fare un determinato lavoro, di esprimere determinati pensieri, eccetera.
La reazione è uterina, istintiva, nessuna logica possibile. Nessuno di loro ha visto l’intervista, eppure tutti urlano, gridano e strepitano.
Pietro Grasso dice che è vergognoso ospitare il figlio di un mafioso con le mani “sporche di sangue”, il Cda Rai va nella bufera, i commenti sui social hanno lo stesso tono di quello dei popolani che, nel medioevo, chiedevano ai boia di giustiziare streghe ed eretici.
E la spruzzata di calunnia? Beh, in questa confusione generale in cui tutti perdono lucidità (intelligenti inclusi) è inevitabile che i meno svegli si lascino andare, lanciandosi in dichiarazioni nemmeno così gravi, se non esistesse il codice penale.
Parliamo ovviamente di Rosy Bindi che parla di “negazionismo della mafia” dopo l’annuncio ufficiale.
Informiamo la signora Bindi che in trasmissione il conduttore ha dapprima incalzato l’intervistato contestandolo ogni qualvolta che negava o sfumava ancora oggi il concetto di “mafia”, e successivamente ha avuto in studio ospiti, anche appartenenti alle forze dell’ordine, con i quali ha discusso proprio dei progressi e dei regressi nella lotta alla mafia.
Le suggeriamo vivamente di pesare meglio le parole e di sceglierle con cura, perché quello che ha detto, essendo una menzogna assoluta, è passibile di denuncia per diffamazione.
Comunque, al delirio semicolto, c’è la ovvia risposta che conduce alla fase successiva: Franca Leosini intervista criminali ogni settimana, Enzo Biagi parlava con Salvatore Cutolo e Michele Sindona, tutti sulla tv pubblica, anzi, sul “servizio pubblico”, con quel tono superiore che non si può discutere, irridente e francamente pure un po’ ridicolo. Che dire: ritentate.

2. La contestazione della demoniaca pubblicità. Il secondo passaggio è più specifico. Durante la trasmissione l’accusa si “trasforma” e, abbandonata la possibilità di poter rivendicare la “vergogna di aver ospitato la mafia in tv”, si punta sulla denuncia morale, che questa volta potremmo interpretare come diretta calunnia. Vespa ha pubblicizzato il libro di un mafioso! A parte il fatto che proprio la pubblicazione del libro costituiva la notizia “scandalo” degli ultimi giorni, abbinata alla stessa parentela, ma poi è lo stesso Corriere della Sera ad intervistare Salvo Riina prima del direttore di Porta a Porta. Nel video, il libro non viene mai mostrato, diversamente da quanto avviene normalmente.
Le volte in cui viene citato è solo ed esclusivamente per contestarne il contenuto benevolo “da figlio a genitore”, visto che Salvo “non critica mai il padre in oltre 200 pagine” per citare lo stesso Vespa.
Ma insomma, quindi quale sarebbe la pubblicità? Nessuna, se non nelle fantasie dei contestatori (o nei loro desideri, se si parla di quelli in malafede che nel mondo radical non mancano mai).
Potremmo anche immaginare che un qualsiasi giornalista Rai sia al soldo di Cosa Nostra a questo punto, rigorosamente senza uno straccio di prova, avrebbe lo stesso effetto di questa accusa da quattro soldi. Però qualcosa di positivo c’è. L’ennesima sbugiardata ci porta al passaggio successivo dell’Inquisizione progressiva.

3. La derisione professionale. Siamo alla fase di delegittimazione della figura oggetto della critica. Quindi Vespa, esaurito il problema che ci fossero stati altri giornalisti del passato ad intervistare criminali, esaurito anche il tema della presunta pubblicità al libro del mafioso, non può intervistare perché semplicemente non è degno, a differenza di chi lo ha preceduto.
Mica come quello sferzante contestatore di Enzo Biagi, luminare assoluto del giornalismo, “basta vedere l’intervista a Sindona”, rigorosamente senza spiegare niente. Ecco delle vere domande sferzanti, mica come quelle del colluso Vespa!
Entrambi mettono all’angolo delle responsabilità l’intervistato, ma uno è qualità, è sguppe, è genialità e “servizio pubblico”. L’altro è un mercenario al soldo delle “case di cosa nostra”.
Forse la parola “massoneria” farà più effetto delle insistenze sulle responsabilità negate da Salvo verso papà Totò, non ne abbiamo il minimo dubbio, ma la verità è che, comunque fosse andata, non sarebbe cambiato nulla.
E’ anche elementare sottolineare che gli ospiti non sono tutti uguali, e che il fatto che Sindona avesse (ovviamente!) più cose da dire del figlio di un boss in carcere da 20 anni non significa che la seconda intervista sia mediocre a differenza della prima. Ma tant’è. E’ così…perché è così. Vicolo cieco, anzi no, vista notturna.
Le offese personali tornano in modo ciclico, forse ogni fase ne ha una: perfino da colleghi che dovrebbero quantomeno stemperarla, se non altro per bon ton. Claudio Fava, giornalista oltre che politico di Sinistra Italiana, su facebook delira a cuore aperto prima ammettendo che “io Riina lo avrei intervistato” (bontà sua), per poi pavoneggiarsi “come a Panama intervistai il generale Noriega” e via con il solito elenco narcisista, poi cianciando che “il punto è che Vespa non è un giornalista, o meglio non lo è con il figlio di Riina. Gli serve solo l’audience”.
Proprio non si riesce, insomma, a basarsi su un fatto che sia uno. Ma davvero qualcuno ha il coraggio di sostenere che Porta a Porta abbia addirittura bisogno di audience? E’ una battuta, vero?
Tra i pochi a salvarsi c’è Massimo Gramellini, che con grande onestà intelletuale difende il conduttore nel corsivo su La Stampa del giorno dopo, ovviamente subissato da critiche.
Altri, alcuni pure popolari cronisti di reti Mediaset, si trincerano sui social dietro il “non può perché non è Biagi”. Ammesso e non concesso che sia vero, “non può perché non è Biagi”? Che diamine dovrebbe essere, un diritto dinastico? La comicità involontaria a volte è più ilare di quella di professione.

4. Evitare l’evidenza. Passaggio più controverso, ma, allo stesso tempo, stiloso e geniale del modo di vedere il mondo in salsa semicolta.
Qualcuno sui social ha davvero risposto, ve lo assicuriamo, “Vespa non fa domande sferzanti e non incalza, andate a farvi un giro”. Praticamente è un assioma, poco conta sbattere in faccia il contrario, almeno nella fattispecie, documentato da video rai.
Stupisce, in questo coacervo di insulti e di affermazioni in gran parte inutili, che Roberto Saviano, domenica sera nel Tempio dei semicolti di Fazio su Rai3, abbia commentato in modo tutto sommato interessante l’intervista, pur abbandonandosi alla solita sequela di ovvietà note dai tempi di Buscetta (“la mafia non si nomina”, “la colpa per il mafioso c’è solo se si riceve un male” ecc.). Ma chiudiamo col semicolto medio, lui che fa? Nega tutto? Sminuisce il resoconto? Macché. Semplicemente non legge.
E’ del resto l’atteggiamento più saggio, come si potrebbe mai sostenere che una domanda sui 18 ergastoli di Riina, fatta da Vespa a Salvo, non sia incalzante?
Ma dai, a quello ci ha già pensato quel genio di Rosy Bindi con la sua accusa di negazionismo della mafia sui generis, non ricadiamo nell’errore. A questo giro basta ignorare, in modo da avere il pretesto per continuare ad asserire tutte le proprie stupidaggini.

Riassumiamo: dapprima era immorale ospitare un mafioso sul “servizio pubblico”, poi è diventato possibile, ma non per pubblicizzare un libro, poi i problemi veri sono diventate le “domande deboli e accondiscendenti” del direttore di Porta a Porta, imparagonabile, povero stolto, a quel santone geniale e scomodo di Biagi (ma dove?) e l’ultimo stadio è che Vespa non può per l’unico motivo reale, ossia perché è Vespa.

Argomentazioni davvero brillanti, non c’è che dire. In pratica da questo labirinto infernale si esce in un solo modo: non realizzando l’intervista. Oppure con una plastica facciale a Vespa, correlata a un bel cambio d’identità. Scegliete voi.

Alla prossima.

(di Stelio Fergola)