L’esempio francese: donare diritti civili per togliere diritti sociali

La recente Loi El Khomri, ovvero il jobs act in salsa francese, è un disegno voluto dal governo Hollande/Valls. Voluto, in particolare, dal ministro dell’economia Emmanuel Macron, un tecnico laureato nell’equivalente francese della Bocconi, in un ministero del lavoro, quello francese, pilotato dalle esigenze di chi detta l’agenda economica europea ed internazionale, e che con questa iniziativa introduce i licenziamenti senza reintegro abolendo le 35 ore.

La legge, che ha fatto scattare le proteste delle piazze e dei sindacati (Cgt in primis) è stata scritta da due think tank filogovernativi, uno di essi è l’Istitut Montaigne, vicino alla MEDEF, ovvero alla confindustria francese; l’altro è il Terra Nova. Quest’ultimo pensatoio, vicino al Partito Socialista, è un condensato di ideologia liberal e progressista. Propone un modo di fare politica capace di puntare tutto sui ceti medio-alti e non più sui lavoratori, concentrando la maggior parte della propria politica di tutela sui diritti civili alla “marriage pour tous”, nonché sulla liberalizzazione delle droghe.

Il presidente onorario del Terra Nova è Dominique Strauss-Kahn, ex presidente in quota Ps del FMI, l’organismo che pianifica la globalizzazione neoliberista su scala mondiale. E’ interessante in tal senso analizzare uno dei più interessanti documenti redatti dal think tank in questione, e stiamo parlando del rapporto Gauche: quelle majorité électorale pour 2012?, dove si spiega a chiare lettere che «non è possibile oggi per la sinistra cercare di restaurare la sua collocazione storica di classe: la classe operaia non è più il cuore del voto di sinistra, non è più in fase con l’insieme dei suoi valori, non può più essere, come è stata in passato, il motore che traina la costituzione della maggioranza elettorale della sinistra».

La sinistra, teorizzano i soloni del Parti, deve quindi abbandonare gli operai, ormai irrimediabilmente orientati verso destra innanzitutto sul piano dei valori (voto per il Front National), per scegliere «la Francia di domani, più giovane, più diversa, più femminile, più diplomata, urbana e meno cattolica. Un elettorato progressista sul piano culturale». Il che significa anche voltare le spalle al proletariato autoctono per scegliere le masse allogene, pudicamente ribattezzate “la Francia delle diversità”.

Francia delle diversità che, si sottolinea, «è quasi integralmente a sinistra. L’auto-posizionamento degli individui rivela un allineamento dei francesi di origine immigrata, e più ancora della seconda generazione, a sinistra, nell’ordine di 80-20».

E’ il divorzio col popolo in nome del matrimonio con le élite mondialiste. Ed è naturale che una sinistra che punta tutto sulle minoranze identitarie, sui migranti, sul voto delle associazioni Lgbt e non sui lavoratori, veda questi ultimi migrare elettoralmente verso altre sponde.

(di Matteo Luca Andriola)