Guerra senza limiti

 

Gli attentati di Bruxelles del 22 marzo, così come quelli di Parigi e del Sinai dello scorso novembre, non rappresentano atti isolati di qualche organizzazione terroristica intenzionata a ricordare al mondo la sua esistenza, ma fanno tutti parte della medesima guerra globale che si espande, in maniera indeterminabile, nello spazio e nel tempo.

Come perfettamente illustrato dai generali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui nella loro opera letteraria intitolata “Guerra senza limiti”, si tratta di un conflitto in cui vengono combinate strategie militari (guerra atomica, guerra convenzionale, guerra biochimica, guerra ecologica, guerra spaziale, guerra elettronica, guerra di guerriglia, guerra terroristica) e trans-militari (guerra diplomatica, guerra di network, guerra di intelligence, guerra psicologica, guerra tattica, guerra di contrabbando, guerra di droga, guerra virtuale “di deterrenza”), con metodi operativi non militari (guerra finanziaria, guerra commerciale, guerra di risorse, guerra di aiuto economico, guerra normativa, guerra di sanzioni, guerra mediatica, guerra ideologica).

Uno stato di guerra costante, non regolato da alcuna norma etica o formale, che si estende a tutti i settori della vita umana, coinvolgendo organizzazioni nazionali e internazionali, militari, finanziarie, mediatiche, politiche, governative e non governative, e che, essendo bilanciata da rapporti di forza assolutamente non equilibrati, produce tutta una serie concatenata di scontri asimmetrici che non tengono più conto della differenza tra obbiettivo militare e obbiettivo civile che caratterizzava le guerre dei secoli passati. Gli attacchi dell’ultimo anno s’inseriscono perfettamente in queste dinamiche: la parte più debole combatte il suo avversario utilizzando la guerriglia, la guerra terroristica, la guerra santa, la guerra prolungata, la guerra in rete ed altre forme di combattimento con il saggio rifiuto del confronto testa a testa con le forze armate del paese forte.

L’IS, Al Qaeda, Boko Haram e tutte le grandi organizzazioni paramilitari che si rifanno al fondamentalismo wahabita, sono state finanziate per anni da organismi occidentali, nazionali e sovranazionali, interessati a destabilizzare il Nord Africa e il Medio Oriente e si sono radicate in Europa approfittando degli enormi flussi migratori generati proprio da quelle destabilizzazioni. Questi attentati sono un effetto collaterale delle strategie belliche delle potenze atlantiste, oltre che strumentali agli interessi delle élite dominanti, almeno fino a quando non verrà compresa la natura strutturale di questo conflitto.

Si tratta sostanzialmente del sistema, violento e spietato, attraverso il quale le oligarchie capitaliste impongono il loro dominio sulle classi subalterne a livello globale. Ridurre il tutto a una questione religiosa, come stanno cercando di fare molti media e politici occidentali, significa fare il gioco di chi, servendosi della retorica dello scontro di civiltà, vorrebbe giustificare interventi bellici più massicci nelle aree geopolitiche sopracitate.

Altrettanto strumentale agli interessi delle classi dominanti è la logica di coloro che, pur sapendo che i profitti dell’imperislismo vengono spartiti tra una ristretta cerchia di beneficiari, accettano entusiasti la socializzazione delle conseguenze di queste strategie. Secondo tale narrazione la società civile dovrebbe accogliere come fenomeno di “arricchimento” sociale e culturale l’immigrazione di massa, l’inclusione forzata di culture profondamente differenti fra loro e tutte le contraddizioni che questi fenomeni comportano. Perfino gli attacchi terroristici contro civili inermi vengono da taluni definiti come “la naturale conseguenza di quello che NOI per secoli abbiamo combinato in certe zone del mondo”, responsabilizzando l’intera società civile per le malefatte dei gruppi di potere e perdendo così completamente di vista la questione di classe.

Dicono che il 13 novembre di Parigi sia stato l’11 settembre d’Europa e a Bruxelles si sia consumato il secondo atto di questa tragedia destinata a cambiare radicalmente le nostre vite. Ciò che è certo è che, finalmente, gli europei stanno cominciando a rendersi conto di essere coinvolti in una guerra epocale, che non è cominciata ieri e che non finirà domani. In questo contesto pre-apocalittico la nostra sfida assume un significato ancora più determinante: una presa di coscienza collettiva si rende sempre più necessaria per smascherare gli inganni e non soccombere alle menzogne delle oligarchie dominanti che ci stanno trascinando dritti verso la barbarie.

(di Dario Giovetti)