La Top 10 degli allenatori di calcio italiani

 

Tra altalenanti destini europei e un campionato nazionale molto coinvolgente, decisamente più vivo degli ultimi anni, il campionato italiano sta tornando ad essere motivo di interesse anche al di fuori dei nostri confini. E’ ora di passare in rassegna, guardando alla ricca storia del nostro torneo, i migliori allenatori che più hanno fatto sognare tifosi e appassionati di pallone.

1) Nereo Rocco (Trieste 1912 – 1979). El Paròn, l’allenatore italiano per antonomasia, maestro di calcio ma soprattutto di vita di tanti allievi poi divenuti grandi tecnici (Trapattoni, Bearzot, Radice, Cesare Maldini tanto per citare alcuni). Figlio di macellai, iniziò ad allenare quasi per caso (1947/48) e portò una Triestina ripescata in serie A e formata per la quasi totalità da giocatori nati e cresciuti nel raggio di 50 km da Trieste a un incredibile secondo posto dietro al Grande Torino. Il segreto del successo? Un difensore in più, il famoso libero, e ben quattro attaccanti pronti nelle ripartenze (già il famoso Catenaccio!). Qualche anno dopo salvò il Padova da una retrocessione quasi certa in C e lo portò l’anno dopo alla promozione in A e tre anni più tardi ad un clamoroso terzo posto. Lasciata Padova Nereo vinse tutto con il Milan in due periodi distinti (più sfortunata invece la parentesi al Torino), un Milan formato da grandi campioni (Rivera, Altafini, Maldini, Hamrin) ma anche da grandi gregari (Lodetti, Anquilletti, Malatrasi, Cudicini) esaltati genialità pragmatica del tecnico triestino. E’ grazie a autentico personaggio da commedia dell’arte, dispensatore di battute e aforismi, che si è formata la scuola di allenatori “all’italiana”, una delle più rinomate al mondo.

2) Helenio Herrera (Buenos Aires 1910 ? – Venezia 1997) Assieme all’amico-rivale Rocco il Mago ha sdoganato la figura dell’allenatore, prima relegata ad una sorta di segretario factotum della squadra, nel calcio italiano e non solo. Certo, la Grande Inter era veramente “grande” in tutti i sensi (Facchetti, Suarez, Jair e Mazzola e la genialità a sprazzi di Mariolino Corso) ma l’impronta che il tecnico franco-andaluso, nato per puro caso in Argentina, ha lasciato sul calcio italiano è stata enorme. Praticamente c’è un prima e un dopo H.H. che arrivato in Italia introdusse la pratica dei ritiri e metodi avanguardistici d’allenamento: i famosi allenamenti con la palla tanto oggi in voga furono introdotti proprio da lui! Un unico neo: oltre alle insistenti voci mai smentite sul doping (particolarmente triste la vicenda di Taccola) e sui particolari correttivi che faceva sciogliere nei caffè ai propri giocatori, Herrera in Italia non ha saputo ricreare altrove, leggi Roma, i fasti nerazzurri.

3) Niels Liedholm (Valdemarsvik 1922 – Cuccaro Monferrato 2008) Il Barone. Gentiluomo scandinavo tutto d’un pezzo, garbato ed ironico, sapeva insegnare il gioco del calcio anche ai sassi. Se Herrera e Rocco hanno interpretato alla grande il Catenaccio fu lui ad importare la difesa a zona in Italia. Riuscì a vincere la Stella con un Milan pieno di vecchietti (Rivera, Bigon, Albertosi, Capello) pur non disponendo di un grande centravanti (Chiodi, che segnava praticamente solo su rigore). Il gioco di quel Milan, basato sulla famosa “ragnatela” di passaggi, anticipava di circa trent’anni il gioco attualmente espresso dal Barcellona, portando in area di rigore 4-5 giocatori diversi finalizzare l’azione. Successivamente migrò a Roma e regalò ai tifosi giallorossi emozioni indimenticabili (scudetto storico e finale di Coppa Campioni persa ai rigori all’Olimpico!) riuscendo laddove avevano fallito grandi personaggi come ad esempio Herrera. Se proprio dobbiamo trovare un difetto a questo grande personaggio, potremmo obbiettare che ha sempre allenato squadre zeppe di qualità e dall’alto tasso tecnico.

4) Giovanni Trapattoni (Cusano Milanino 1939) L’allenatore più vincente del calcio italiano, forse il discepolo più famoso di Nereo Rocco. Il Trap è davvero persona adorabile per la sua simpatia e la sua umiltà contadina, è fin troppo buono con i suoi giocatori fuori dal campo, ma si scatena in panchina a suon di fischi ed urla e soprattutto in conferenza stampa (chiedere al povero Strunz!) con uno slang che ha fatto storia, soprattutto a Mai dire Gol. Ovunque ha allenato ha raccolto applausi e consensi che prescindono da quanto mostrato sul campo: il Trap è uno dei pochissimi personaggi calcistici che è adorato dalle tifoserie di Milan, Inter e Juventus! Nonostante le accuse di difensivismo (ma il Trap ha sempre giocato con almeno tre punte e un trequartista), il Trap è un artigiano del calcio che è sempre stato capace di insegnare calcio, Matthäus ad esempio ha migliorato molto il calcio con il piede debole proprio durante la sua avventura milanese. Nota di demerito: da quando il calcio è cambiato (Anni Novanta) è stato marginalizzato dai grandi palcoscenici ed è finito a mietere successi all’estero in campionati di minor grido, fallimentare la sua parentesi in Nazionale, Moreno o non Moreno, biscotto o non biscotto.

5) Fabio Capello (Pieris 1946) Se Trapattoni è l’artigiano, Don Fabio è il sergente di ferro, l’uomo capace di estrarre sempre il massimo dai propri giocatori, spesso dai nomi altisonanti, a sua disposizione. La massima dote del bisiaco è quella di saper preparare alla grande le partite e di saper mettere i giocatori al posto giusto, e proprio per queste qualità che Capello è un autentico schiacciasassi quando si tratta di campionati e competizioni a tappe. Riuscì a far vincere vagonate di titoli ad un Milan che molti davano per finito dopo gli eccessi sacchiani, dopo l’infortunio di Van Basten, capì di non avere grossi attaccanti e strutturò un Milan quadrato ma efficacissimo. Nonostante abbia sempre allenato i cosiddetti “top-club” il tenace mascellone ha saputo vincere anche in situazioni di partenza difficoltose (vedi l’ultima Liga a Madrid) o in situazioni ambientali al limite dell’impossibile (Roma) e questo è un altro merito. Nota di demerito: ovunque è andato ha lasciato sempre dietro di sé spogliatoi bollenti e spaccati, fallimentari le sue esperienze alla guida delle Nazionali (Inghilterra, Russia).

6) Osvaldo Bagnoli (Milano 1935). Senza dubbio il più sottovalutato. Il suo capolavoro imperituro rimane lo scudetto del Verona nel 1985, impresa paragonabile alla vittoria della Grecia dell’Europeo del 2004, fallì pochissime stagioni nella sua relativamente breve esperienza da tecnico (si ritirò a nemmeno sessant’anni) e, dopo Verona, compì un altro miracolo quando portò il Genoa prima al quarto posto e l’anno successivo in semifinale di Coppa UEFA. Il suo calcio era fatto di poche cose semplici ma fatte bene, un calcio nella sua semplicità comunque eterno e adatto a tutte le latitudini: un portiere di poco stile ma di molta sostanza (Garella al Verona, Braglia al Genoa), un libero dai piedi buoni che all’occorrenza fungeva da regista arretrato (Tricella/Signorini), un regista dai piedi buoni (Di Gennaro/Bortolazzi) attorniato da tanti pedalatori e portatori d’acqua, un attacco formato da un spilungone (Elkjaer/Skuhravy) e da un nanetto (Galderisi/Aguilera). Un genio del calcio ingiustamente sottovalutato e snobbato che avrebbe meritato una carriera più densa di successi.

7) Marcello Lippi (Viareggio 1948) Il Paul Newman (assieme al compianto Bruno Giorgi) del calcio italiano. Come Capello è uno straordinario sergente di ferro, maestro nella gestione del gruppo e nell’approcciarsi con i propri giocatori, nonché un grandissimo motivatore. Allenatore tatticamente molto camaleontico, bravo a cambiare modulo e calciatori in corsa, ha legato in maniera indissolubile il suo nome a due straordinari cicli con la Juventus, anche se il suo capolavoro assoluto sono stati gli storici Mondiali del 2006. Moggi ha detto di lui con un pizzico di ironia: “Se gli dai chi gli fa il mercato chi gli fa la preparazione, chi gli mette la squadra in campo e chi gli gestisce lo spogliatoio è il migliore allenatore”, forse anche per questo il viareggino al di fuori del guscio protettivo juventino ha sempre fatto fatica ad adattarsi a realtà ed ambienti più particolari (ogni riferimento alla sua sfortunata parentesi interista è puramente casuale!).

8) Tommaso Maestrelli (Pisa 1922 – Roma 1976) Il grande artefice del primo e storico scudetto laziale. Saggio e furbo, grandissimo psicologo e fine motivatore nonché straordinario innovatore, Don Tommaso nel 1974 vinse un incredibile scudetto con la Lazio riuscendo a gestire uno spogliatoio (anzi due spogliatoi perché i clan che componevano la squadra si cambiavano in luoghi separati!) formato da calciatori-parà, rissosi ed egocentrici dove spesso volavano colpi di pistola e botte da orbi, erano gli Anni di Piombo anche sui campi da calcio. Seppe far diventare campioni giocatori fino ad allora abbastanza anonimi (se non autentiche pippe) come Chinaglia e Wilson, la sua Lazio aveva un gioco totale che ricordava a tratti quello dell’Olanda. Peccato sia morto troppo presto per un male incurabile, Maestrelli avrebbe potuto dare molto di più al calcio italiano.

9) Eugenio Bersellini (Borgotaro 1935) Un altro grande sergente di ferro espresso dal calcio italiano. Eugenione da Borgotaro era un autentico specialista nel fare le nozze con i fichi secchi. Il suo capolavoro rimane lo scudetto vinto con l’Inter nel 1980, probabilmente la squadra più scarsa ad essersi assicurata il tricolore, integralmente italiana, prevalentemente costruita su calciatori provenienti dal vivaio nerazzurro (Bordon, Beppe Baresi, Bini, Oriali) e con sole due stelle: il fantasista discontinuo Beccalossi e il centravanti Spillo Altobelli. Fu lui e non Ancelotti a introdurre il famoso “rombo” di centrocampo.

10) Manlio Scopigno (Paularo 1925 – Rieti 1993) Il Filosofo, disincantato, colto e incredibilmente ironico e dissacrante (memorabili alcune sue battute!), fu uno dei tecnici più strambi e particolari mai visti su una panchina di Serie A. Vinse lo scudetto con il Cagliari (la maggior parte delle partite però le trascorse in tribuna perché squalificato) e questo basta ed avanza per inserirlo in questa speciale Top 10. E’ vero, visse di rendita dopo la straordinaria impresa compiuta in Sardegna, ma non dobbiamo dimenticare che il buon Manlio appese il fischietto al chiodo ad appena cinquantanni, dopo uno sfortunato ritorno al Vicenza, il club che lo lanciò nel grande calcio.

Ci sarebbero stati tanti altri allenatori non in attività meritevoli di essere inseriti in questa speciale classifica, penso ad Arrigo Sacchi (che paga però gli scarsi successi in campo nazionale con il suo Milan), Bruno Pesaola (memorabile il secondo scudetto viola targato 1968/69), Carlo Mazzone (record di panchine in A e quasi nessuna stagione sbagliata), Zdenĕk Zeman (forse il tecnico più originale), Gigi Radice, ma questa a mio avviso è stato il top espresso dal nostro campionato. Una menzione la farei ad Ernő Egri-Erbstein, dimenticato tecnico del Grande Torino, forse la personalità più rivoluzionaria apparsa sui nostri campi di calcio, ma anche a Giampiero Boniperti, allenatore con la mascherina durante le gestioni Vycpalek e Parola.

(di Francesco Scabar)