Giancarlo Siani, Beppe Alfano, e le ragioni del bluff-Saviano

 

Giancarlo, giovane giornalista, aveva soltanto 26 anni quando il 23 settembre 1985 la camorra lo uccise sotto casa sua, nei pressi di piazza Leonardo, nel quartiere bene di Arenella, a Napoli. Giuseppe, già navigato uomo di cronaca giudiziaria, di anni ne aveva invece 48, quando l’8 gennaio 1993 Cosa Nostra lo eliminò a Barcellona di Pozzo del Gotto, in provincia di Messina. Entrambi lontani dai salotti che oggi imperversano, quelli del liberal campano Roberto Saviano, da anni passato dal ruolo di presunto esempio nella lotta contro la criminalità organizzata a paladino della libertà democratica e dei diritti umani contro le tremende dittature al di fuori della sfera di influenza americana e occidentale. Le due personalità di cui trattiamo sono, proprio per questo, utili a rimarcare differenze e spessore.

Personaggi diversi, Siani e Alfano. Il primo un ragazzo politicamente vicino alla sinistra che si affacciava con straordinario coraggio nel mondo di un lavoro complesso e pieno di ostacoli, soprattutto per il campo minato che stava percorrendo. Il secondo un uomo schivo dal carattere forte, profondamente di destra nel senso sociale del termine (era stato un militante sia nell’ MSI che, da giovane, in Ordine Nuovo). Quello che li accomunava era la ricerca della verità per il superiore interesse della nazione.

In questo excursus storico non parliamo di magistrati, quindi niente Giovanni Falcone né Paolo Borsellino: troppo facile richiamare le loro figure mitologiche per sparare addosso a quella Croce Rossa dal cognome d’arte di Saviano, il giornalista d’assalto firmato. Perché un giudice, si sa, è geneticamente incline a finire nelle mire dei boss e dei guappi armati: è sufficiente la sua esistenza.

In certi periodi storici, come i sanguinosi anni ’80 e i primi ’90, bastava semplicemente che facesse il suo dovere. Non si doveva “essere per forza” Giovanni Falcone per morire sotto il piombo di Cosa Nostra o della camorra. Era “sufficiente” comportarsi come un Boris Giuliano, un Ninni Cassarà, o un Don Giuseppe Diana. Uomini che, svolgendo la propria attività (fosse esclusivamente civile o ancorché spirituale) erano scomodi praticamente ai nastri di partenza: un anno, massimo tre o quattro di attività di intralcio, e finivano nel sangue.

Puntiamo quindi sui due colleghi di Saviano, Giancarlo Siani e Beppe Alfano, che sul lavoro sono morti sul serio, e per ragioni ben più profonde di un romanzo-riepilogo (pur interessante) sul modus operandi della camorra a Casal di Principe. Un successo internazionale dalle pubblicità (più che dal contenuto) rivoluzionarie.

Quasi come se Buscetta in quel del 1984 non avesse raccontato come funzionava la criminalità organizzata italiana (nella fattispecie siciliana), quasi come se Giovanni Falcone non lo avesse raccontato in quel “Cose di Costa Nostra” che per chi è studioso di una tragedia nazionale come questa rappresenta una vera Bibbia di sapere, di introspezione, di elasticità analitica del fenomeno mafioso.

Quasi come se, per l’appunto, Giancarlo Siani non fosse mai esistito, con quella sua opera di documentazione probatoria che diede fastidio, al tempo, alla famiglia Nuvoletta e ad altri boss tra Marano e Torre Annunziata, che si decisero ben presto a farlo fuori. Siani ormai da un paio d’anni studiava e analizzava rapporti e gerarchie delle famiglie camorristiche che controllavano il comune e i suoi dintorni.

Collaborava con l’Osservatorio sulla Camorra, diretto dal sociologo Amato Lamberti. Approfondì i rapporti tra i boss locali e la politica, quel legame ormai stabile da decenni e cementato all’indomani del terremoto in Irpinia. Fu Siani ad accendere i riflettori su Valentino Gionta che, da pescivendolo ambulante, era diventato il re assoluto di Torre Annunziata: dal contrabbando di sigarette al traffico di stupefacenti, fino all’intero mercato di droga nell’area torrese-stabiese.

Il giovane cronista insistette tanto da scoprire anche la moneta con cui i boss mafiosi facevano affari. Si muoveva da solo, in autonomia, per tutto il napoletano. Presenziava nei consigli comunali di municipi invischiati fino al collo con la malavita, metteva in difficoltà le stesse autorità. Scrisse una quantità notevole di materiale utile per i tribunali. Così tanta che, gli ultimi giorni della sua vita, stava pensando di raccoglierla in un libro.

La decisione di ammazzarlo fu presa all’indomani della pubblicazione di un suo articolo su “Il Mattino” del 10 giugno 1985. Si parlava, senza troppi fronzoli, dei modi con i quali i carabinieri avevano arrestato Gionta. L’apparente atto di giustizia era in realtà il capitolo finale di una guerra tra clan che vedeva protagonista il boss Lorenzo Nuvoletta, amico e referente in Campania di Totò Riina. Nuvoletta giunse ad un accordo con gli altri clan anche grazie all’eliminazione di Gionta: non volendolo uccidere, preferì farlo arrestare, facendo arrivare una soffiata ai carabinieri.

Il particolare, di cui Siani era venuto a conoscenza tramite una delle numerose testimonianze che era riuscito a raccogliere, fu riportato nel pezzo, che suscitò le ire dei boss di Torre. Nuvoletta, a quel punto, rischiava un’umiliazione intestina all’organizzazione che non poteva lasciar passare: per quello decise di far eliminare Siani. Nei mesi successivi il ragazzo continuò a denunciare i risultati delle sue indagini, concentrandosi sugli appalti concessi per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 1980. Non sarebbe riuscito ad andare molto oltre.

Beppe Alfano segue una sorte molto simile. Anche lui smaschera precisi intrecci tra mafia e politica, anche lui pubblica apertamente su traffici illegali, anche lui fornisce informazioni utili agli inquirenti. Indaga sulle riunioni organizzate a Cesarò da Nitto Santapaola, scopre i dettagli del traffico internazionale di morfina e cocaina che il boss controllava ormai da anni. Studia le irregolarità degli appalti pubblici, i traffici di armi, pubblica prove sul quotidiano locale “La Sicilia” con cui collabora assiduamente. Scrive dei conflitti tra boss che, nella torbida provincia messinese, portano a 39 morti in tre anni. Intanto Santapaola era sfuggito a un arresto e si era rifugiato a Barcellona proprio negli ultimi mesi del 1992. Alfano non si risparmia nemmeno in quell’occasione: è qui in zona, ma nessuno lo cattura.

Troppi fastidi, meglio fare piazza pulita. Ai primi di gennaio del 1993, con i suoi familiari, era già conscio della sua sorte: “Chissà se arrivo al 20 del mese”. Fu eliminato l’8. I suoi ultimi articoli, comunque, contribuiranno all’arresto di Santapaola, avvenuto il 18 maggio, poco più di quattro mesi dopo il suo assassinio. Non era iscritto all’albo dei giornalisti. L’ordine della Sicilia ha preferito non perdere la faccia e gli ha concesso un’iscrizione post mortem nel marzo del 1998 (inutile ma significativa dell’imbarazzo) come esplicito riconoscimento del suo lavoro.

Oggi è tutto molto diverso, lo stesso rapporto-conflitto tra Stato e mafia ha subito dei profondi cambiamenti. Lo diciamo in modo chiaro e netto: non crediamo che Cosa Nostra, la camorra o la n’drangheta uccidano perché si diffondono notizie (in gran parte note) su di loro, in un libro inchiesta, romanzo o qualsiasi altra forma comunicativa che sia. Non fu l’aver reso nota la figura di Valentino Gionta a condannare a morte Giancarlo Siani: anzi, il boss reagì anche con compiacimento ai primi articoli su di lui, segno inequivocabile del suo potere.

A condurre Siani sul patibolo, come Alfano, furono le prove messe all’attenzione di giudici e tribunali, le imbeccate alla polizia, ma soprattutto la notorietà delle stesse per l’opinione pubblica. La sostanza della mafia. Poche ciance insomma, quello che interessa sono i piccioli: siciliani, campani o italiani che siano, purché siano tanti. Di un racconto-denuncia ci si può interessare il giusto. Almeno per quelli che, fino ad oggi, sono stati i criteri strategici delle organizzazioni di tipo mafioso. Chi ha letto “Cose di Cosa Nostra” sa bene a cosa mi riferisco.

La criminalità organizzata è concreta, pragmatica. Non corre dietro alle mosche ma ai serpenti velenosi. Un romanzo descrittivo del mondo mafioso è un racconto: può avere un valore educativo senz’altro, ma resta pur sempre un racconto.

Pubblicare prove concrete di collegamenti finanziari, di traffici o quant’altro, è ben altra cosa. Per quelle è stato ammazzato Siani. Per quelle è stato ammazzato Alfano. Non per dei soloni del web, della televisione o per dei drammaturghi da palcoscenico, ma per degli elementi che mettevano in difficoltà i loro affari.

Detto questo, Saviano non è l’unico contemporaneo ad aver scritto un libro contro la criminalità napoletana. Si potrebbe citare Rosaria Capacchione, anch’ella sotto scorta per il testo “L’oro della Camorra”, uscito nel 2008. Muta e non pubblicizzata come una sorta di brand, utile da sempre alla sinistra per costruire i suoi miti anzitutto commerciali, prima che culturali ed etici. Un progetto al momento riuscito a metà: dopo Gomorra, il flop di “ZeroZeroZero” ha messo in discussione un po’ tutto.

Non da parte nostra, sia ben chiaro: Saviano non lo abbiamo mai supportato né abbiamo mai smesso di criticarlo.

(di Stelio Fergola)