L’accordo UE-Turchia e la perdita di sovranità dell’Europa

 

L’incapacità dell’Unione Europea di affrontare la crisi migratoria è ormai più che evidente. Per far fronte a questo problema l’UE ha chiesto l’aiuto al governo turco, il cui Paese, com’è noto, è via di passaggio obbligata per coloro che fuggono dalla Siria. Abbiamo già avuto modo di constatare come la Turchia non sia un partner affidabile nella lotta al terrorismo, sappiamo dei suoi rapporti commerciali con l’ISIS, del modo in cui reprime il popolo curdo e delle sue velleità geopolitiche, in particolare nella Siria del nord.

Nonostante ciò che sappiamo, l’UE ha deciso di affidare proprio alla Turchia il compito di arrestare, o quantomeno frenare, l’ondata migratoria. Questo perché Ankara si è dimostrata molto più capace di noi nel dare un freno all’avanzata dei migranti: la  classe dirigente turca non è infatti solita porsi scrupoli morali di sorta quando si parla di diritti umani. Diritti umani la cui difesa è una delle colonne su cui si regge l’Unione Europea. Parte della sua incapacità di affrontare la questione deriva forse anche da ciò. Ma non è il solo problema.

I governi dei vari stati che compongono l’Unione non sono concordi su come affrontare la crisi, punti di vista ideologici e calcoli politici ed economici diversi per ogni Stato ed anche nei singoli Paesi vi sono molte correnti di pensiero differenti ed in contrasto fra loro. Spesso sono gli stessi cittadini che non riconoscono e non accettano le scelte dei propri governanti. Tutti questi fattori rendono l’Unione Europea una macchina lenta ed imprecisa nell’affrontare questioni di vitale importanza come appunto la crisi dei migranti.

In questo stato di inadeguatezza Bruxelles ha trovato nella Turchia un ottimo (?) cane da cortile, una sorta di mercenario geopolitico che potesse fare il lavoro sporco. Perché, ricordiamolo, l’UE rispetta i diritti umani, ma può tranquillamente pagare un altro Stato per risolvere i suoi problemi con metodi che mai potrebbe (ufficialmente) accettare. Detto in altre parole, l’Unione Europea ha volutamente ceduto parte della propria sovranità alla Turchia riconoscendo la sua maggior capacità nel far fronte alla crisi dei migranti. Erdogan si trova così in una posizione di vantaggio e può utilizzare lo spauracchio dell’ondata migratoria per fare pressione sull’Unione Europea. Anziché bilanciare la situazione e cercare una soluzione ragionevole, essa ha dimostrato ancora una volta di agire in maniera irrazionale, delegando il controllo dei suoi confini (elemento fondamentale della sovranità di ogni stato) ad una potenza estera.

Riassumendo, ci proponiamo di pagare uno Stato che sostiene il terrorismo jihadista, terrorismo che ha generato l’ondata migratoria, cosicché risolva per noi il problema dei migranti con metodi che noi non possiamo più usare né accettare, fornendo così a quello stesso Stato uno strumento di pressione politica ed economica sull’UE. Perfetto. L’accordo con la Turchia non è ancora stato siglato ed in questi giorni al Parlamento europeo si sono ridiscusse le condizioni alle quali Ankara dovrà sottostare.

Molti europarlamentari pongono l’accento ancora una volta sulla questione dei diritti umani, ma è difficile credere che la Turchia rispetterà eventuali promesse in tal senso, visti i precedenti di Erdogan. L’accordo inoltre prevederebbe che per ogni migrante raccolto in mare e riportato in territorio turco, un altro, già controllato dalle autorità turche, venga ricollocato in Europa. Questo presuppone una capacità europea di poter accogliere in maniera efficace i migranti  che ha mostrato di non avere, almeno fino ad ora, ma soprattutto un controllo severo e rigoroso da parte turca, cosa di cui dubitare fortemente vista la quantità di combattenti di Daesh che passa indisturbata sul territorio della Turchia.

La Turchia ha poi avanzato richieste affinché i loro cittadini possano circolare più facilmente nel territorio comunitario. Una mossa, quella di Ankara, per avvicinarsi sempre più all’Unione Europea. Una prospettiva oscura, se pensiamo quanto la Turchia sia distante dagli standard europei, considerando anche la sua vicinanza all’ISIS (o dovremmo parlare più propriamente di diretta collaborazione?).

La soluzione a questa crisi non si trova ad est di Istanbul, dove si finanzia il terrorismo fingendo di combatterlo e si contribuisce al caos in Medio Oriente. Occorre invece ristabilire un ordine regionale, in grado di porre fine alle scorribande dell’ISIS e di ricostruire la società siriana, un ordine che già esisteva per la verità e che era rappresentato dal governo legittimo del Presidente Bashar al-Assad.

(di Edoardo Nolli )