Il silenzio belga

Lasciammo la terra di Huysmans il 21 novembre, verso le 7 di mattina dopo una notte in cui, nell’aeroporto di Zawandeem, una fattucchiera croata, tutta imbacuccata di nero con tanto di cappello da strega formulò per quasi un’ora e mezza frasi in inglese misto-slavo che dicevano pressoché queste cose: “Gli Inglesi hanno violentato miliardi di croati, stupreremo le loro donne. Gli Americani hanno ucciso miliardi di croati, stupreremo con i coltelli le loro donne. I Musulmani hanno ucciso miliardi di croati, fotteremo con i coltelli le loro donne e taglieremo loro la gola.” E cose del genere contro Francesi, Belgi, Tedeschi e ogni popolo europeo, a eccezione del nostro, quello italiano, cosa che, comunque non è che mi tranquillizzasse, dato che rimasi per almeno un’ora e mezza, dalle 3 alle 4.30 di mattina in un aeroporto praticamente circondato da militari alti almeno 2 metri e imbottiti di armi, pistole, coltelli e chi più ne ha più ne metta.

E così per tutta la capitale, Bruxelles, che in quei giorni sembrava fosse una città in piena guerra: soldati in ogni dove, documenti richiesti in maniera ossessiva, strade chiuse e simulazioni di coprifuoco che, per uno che ha sempre vissuto in tempi di pace (neanche in guerra fredda) sembrava di rivivere veramente quei film che provavano a ricostruire quegli ambienti di quelle città europee che sarebbero state distrutte ora dall’aviazione degli alleati, ora dall’armata rossa.

Chi conosce Bruxelles sa benissimo che per passare dalla Grand Place alla Cattedrale di Saints-Michel-et-Gudule, bisogna passare per il Palazzo della Borsa e per il quartiere multiculturale di Molenbeek, cosa che noi difatti facemmo.

Oltre al passare da un quartiere che spruzzava oro nelle sue costruzioni Liberty, o in francese Art Nouveau, ad un quartiere dove era già qualcosa se le bancarelle erano coperte, le mie impressioni erano di aver fatto un viaggio di migliaia di chilometri, non di poche centinaia di metri: le voci, le parlate, i modi di fare, i locali di kebab halal, la presenza di guardie private di fronte ai locali dal nome occidentale: era un altro mondo rispetto alla tranquilla e distratta Grand Place, così come era un altro mondo trovarsi di fronte al piazzale che dà alla cattedrale ormai praticamente vuota di San Michele e di Santa Gudula.

Visitammo la chiesa dove sono presenti le tombe dei re del Belgio, poi uscimmo e circumnavigammo la cattedrale: ci ritrovammo di fronte all’ambasciata francese ed il passaggio era pressoché vietato. Capirono che eravamo italiani e ci fecero passare tranquillamente, anche se i blindati e i militari erano di più rispetto alla media che incrociavamo ogni duecento metri, nelle vie di Bruxelles.

Cercavano i terroristi, così come cercavano di dare tranquillità e sicurezza ad una popolazione, quella belga, tanto indifferente quanto apatica alla realtà: nei loro occhi non vi era alcuna presenza di coscienza o consapevolezza della situazione; era comunque il silenzio che governava le loro azioni. No, non era quel silenzio religioso e meditabondo della pazienza e della riflessività che porta l’uomo a costruire cose straordinarie, come la biblioteca di Leuven o la cattedrale di Mechelen; era quel silenzio che domina l’uomo quando è sedato, quando la sua unica preoccupazione è fare meno rumore possibile perché potresti urtare la più piccola mosca che ti circonda e facendolo questa potrebbe prendere coscienza della tua esistenza, il che, non sarebbe affatto bello in un Paese come il Belgio, dove domina il silenzio e dove se provi a parlare a bassa voce con un tuo amico seduto al tuo fianco nella poltrona del treno ti senti un criminale, perché dai fastidio.

Mentre quel silenzio occidentale era un silenzio derivato dall’assenza, nel Belgio “islamizzato” il rumore dell’umanità sembra più armonico, più presente. Talmente presente che i quartieri, i locali, le persone sembrassero seguire più le leggi del Corano che quelle dello stato; sembra che queste persone, belgi ed europei di seconda, terza generazione si siano radicati talmente tanto nella loro realtà che rifiutano quella statale, fondando indirettamente uno Stato dentro lo Stato, un po’, semplificando, come la Little Italy newyorchese negli anni del proibizionismo e della Grande Depressione americana.

Vivendo da terzo questa esperienza non posso capire come mai Salah si fosse rifugiato a Molenbeek e avesse ottenuto appoggi per oltre quattro mesi, così come non posso sapere come mai nessuna autorità belga né tantomeno europea si fosse impegnata fino in fondo per prevenire gli attacchi del Batalcan quel 13 novembre. Forse, però riesco ad intuire il movente di questi giovani di seconda e terza generazione, riconosciuti a tutti gli effetti come europei: la mancanza di valori di quell’Europa politicamente corretta e tecnocratica, dove domina solo l’economia ed il mercato al di sopra di tutto e di tutti, dove ormai anche un bambino è una merce.

Per una persona che ha vissuto dentro una realtà chiusa e radicata come quella del quartiere di Molenbeek, dove lo stato autorizza le scuole islamiche presenziate da imam integralisti, dove la legge che domina non è quella del Belgio, ma quella della Sharia, sembra abbastanza chiaro il movente che spinge questi nostri coetanei, europei come noi, ad uccidere nei locali parigini e a tagliare gola. È una reazione dettata da un profondo credo religioso che porta a disprezzare il prossimo non in quanto credente di un’altra fede, così come accadeva al tempo delle crociate, ma in quanto miscredente: in quanto persone senza valori, ovvero, dal punto di vista etimologico: atei, senza Dio, quindi senza nulla in cui credere: decidendo di vivere alla giornata, in maniera edonista, senza alcun freno verso i propri istinti.

Con ciò non voglio assolutamente giustificare gli attentati o l’Isis, così come non voglio assolutamente perdonare i responsabili di un attentato terroristico. Sto solo provando a comprendere come mai l’Europa ha trovato un altro nemico al suo interno, come se non ne avesse già troppi.

È forse anche per questo che l’esercito franco-belga, mentre compiva la missione d’arresto di Salah, si è ritrovato contro una parte della popolazione del quartiere di Molenbeek. È forse anche per questo che l’occidente deve trovare quei valori che la secolarizzazione, il consumismo e l’individualismo sfrenato hanno cancellato, conducendo la vecchia Europa verso il punto di non ritorno.

È forse anche per questo che a Bruxelles resiste ancora, abbandonata ma ancora in piedi, la statua di Goffredo di Buglione, il comandante di quelle vecchie battaglie medievali, simbolo di vecchi valori ma comunque saldi che portavano l’uomo a morire per vivere e non a vivere per morire.

(di Giacomo Pellegrini)