Trump the tweener

 

Possiamo dire che questa tornata elettorale sia tra gli eventi politici più divertenti della recente storia americana. Da una parte, la royal rumble tra i candidati repubblicani (ben 19 presentarono la loro candidatura lo scorso anno) sta per terminare con un Donald Trump in ampio vantaggio sui suoi avversari; dominatore assoluto. Dall’altra parte il match tra Hilary Clinton e Bernie Sanders per il ruolo di primo sfidante è ancora in equilibrio, con Clinton leggermente in vantaggio rispetto al vecchio senatore del Vermont che però da ancora l’idea di poter recuperare a provare lo schienamento vincente.

Perché parliamo delle primarie americane come se fossero uno spettacolo di wrestling? Il wrestling in fin dei conti è uno sport spettacolo in cui gli incontri sono molte volte predeterminati per seguire una storyline, più spettacolo che sport, dove gli atleti interpretano dei personaggi molte volte stereotipati e sopra le righe. Secondo uno dei più completi studi sul fenomeno Professional wrestling, the myth, the mat, and the american popular culture di Marc Leverette, il wrestling professionistico più che uno sport è un modo attraverso il cui si può comprendere la cultura popolare e le idee dominanti nella società americana, adattandosi alle varie epoche ed eventi: dalla guerra del golfo con la faida tra Hulk Hogan e Sergent Slaughter filoiracheno, all’attuale era del pg13 per riflettere l’ondata di politicamente corretto che si è abbattuta sugli Stati Uniti sommergendo ogni cosa. Si può considerare a tutti gli effetti il wrestling professionistico come uno specchio della società in cui viene trasmesso.

Ma è possibile spiegare un fenomeno politico tramite il wrestling professionistico? Si, si può, anzi, lo sport-spettacolo per eccellenza può fornire delle chiavi di lettura in grado di comprendere a fondo l’ascesa di Donald Trump da outsider a primo sfidante per il partito repubblicano considerando anche il fatto che Trump non è nuovo al wrestling professionistico: nel 2007 fu partecipe di una faida con il grande capo della Wwe Vince McMahon (faida che poi vinse a WrestleMania 23), comprò lo show di punta, Raw, nel 2009 per un breve periodo e nel 2013 venne inserito nella Hall of Fame della compagnia.

Iniziamo col dire che quello che appare in televisione, nelle interviste e nei comizi, non è il vero Trump, ma è un personaggio che ha creato (lui o i suoi ghost writers) apposta per potersi mettere in luce tra i vari candidati. Egli esordì “col botto”, attaccando verbalmente uno dei massimi esponenti del partito repubblicano, John McCain. Un senso riscontrabile se si vuole puntare al “titolo del mondo” senza essere nessuno è quello di andare da quello “più grosso e rispettato” nello spogliatoio e farsi notare notare sfidandolo. Così fece, sostenendo che l’ex candidato repubblicano non era un eroe di guerra perché si era fatto catturare.

Un’entrata da vero heel (i cattivi nel wrestling) che ha smosso le acque di un partito dominato completamente da politici face (i buoni) rispettosi delle regole e delle gerarchie interne. Il piano funzionò, il personaggio era salito agli onori delle cronache attirando curiosità e interesse. Col passare dei mesi Trump fortificò questo personaggio, rimanendo sempre uno sbruffone arrogante ed egocentrico, iniziando a spararla sempre più grossa durante i discorsi.

Discorsi che sembrano essere scritti più per un personaggio televisivo che per un politico: semplici, diritti al punto ed auto celebrativi. I comizi di Trump sono uno spettacolo, non servono per approfondire temi, servono per intrattenere il pubblico, e Donald lo fa divinamente (se si guardano i filmati disponibili sul canale Youtube della Wwe, si potrà notare come la stessa retorica utilizzata nel suo breve periodo nella compagnia si possa trovare ora nelle sue esibizioni pubbliche).

Il programma diventa quindi ininfluente, non è per quello che viene seguito. Le stesse dichiarazioni non hanno peso proprio per come sono preparate, come ha fatto notare Jesse Ventura (wrestler negli anni ’80 e ’90 ed ex governatore del Minnesota), non si può prendere su serio il trash talking di un wrestler perché il suo ruolo è intrattenere, e Trump è proprio questo, un intrattenitore. Questo Trump cattivo ha destabilizzato completamente il partito democratico, che prima ha lasciato correre, ma poi, rendendosi conto che stava guadagnando consensi e popolarità, han tentato in tutti i modi di fermarlo ma ormai il danno era fatto.

Quello che nacque come un heel era già diventato un tweener (un personaggio cattivo ma che raccoglie i favori del pubblico, come lo era Diesel negli anni ’90 o Edge negli anni 2000). Perché questo favore del pubblico? Perché il personaggio di Trump rappresenta l’antitesi perfetta di quelli che sono gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Obama, e cioè una nazione del politicamente corretto, della tensione razziale e sociale ai massimi livelli da trent’anni a questa parte.

Trump è quel personaggio che non ha paura di dire cose che altre persone non si sognerebbero mai di fare, come sostenere che se non fossero parenti uscirebbe con sua figlia Ivanka, di prendere palesemente in giro i propri avversari politici  senza remore (ne sa qualcosa Marco Rubio che ha visto la sua immagine venir distrutta dalla sua ossessione di competere col miliardario newyorkese), di esprimere posizioni forti e scomode che fanno arrabbiare tutte le associazioni antirazziste, femministe e religiose. Trump rappresenta l’americano medio che negli ultimi anni è stato escluso dalla discussione politica e culturale del paese, che si sente dare del sessista, del razzista, dell’omofobo, del islamofobo solo per esprimere idee contrarie a quelle della classe intellettuale progressista che si trova al potere negli Usa.

Persone che grazie a Trump sono rientrate nella discussione, mostrandosi ancora molto importanti ed influenti nella politica interna. Per questo Trump è un tweener, perché rappresenta tutto ciò che gli Stati Uniti obamiani percepiscono come pericoloso e sbagliato, ma allo stesso tempo raccoglie i favori e le simpatie del pubblico. La possibilità che il magnate possa vincere le elezioni è diventata reale, per tutti, non a caso i sostenitori democratici (dov’è concentrata la maggior parte dei progressisti) stanno andando in fibrillazione organizzando proteste, sit-in, e manifestazioni contro di lui, accusandolo di qualsiasi cosa (seguendo la stessa strategia dei repubblicani, tra l’altro).

Ma il personaggio Trump è sostanzialmente un topo, fa solo da tramite e da manifestazione di un sentimento comune e utilizzando manifestazioni violente nei confronti dei suoi comizi (come successe a Chicago qualche giorno fa) non fanno altro che farlo passare come la vittima, il perdente contro il sistema. E come ricorda Alinsky nel suo libro Rules for Radicals, non bisogna esagerare con gli attacchi e le manifestazioni contro la parte opposta, perché questa poi può passare per vittima, per svantaggiato e perdente, ed alle masse piacciono i perdenti.

La faida tra Trump e il partito repubblicano ormai sembra giunta al termine in suo favore, si aspettano i risultati delle primarie democratiche per iniziare la seconda faida che porterà al elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti; l’estate di Trump sta per iniziare.

(di Enrico Montanari)