Crimea, il ritorno a casa

 

Sono passati due anni da quando il popolo della repubblica libera della Crimea scelse il proprio destino; due anni dal fatidico 16 Marzo 2014 quando il 96% degli abitanti della penisola della Crimea votarono “SÌ” nel referendum per l’ingresso nella Federazione Russa. Il giorno seguente Vladimir Putin, leader del Cremlino, procedette all’atto simbolico dell’annessione della regione alla Repubblica, una sorta di ritorno a casa del figliol prodigo.

La penisola, divenuta russa nel lontano 1738 grazie all’abilità politica della Zarina Caterina II, venne ceduta alla repubblica sovietica di Ucraina da Nikita Kruscev (ucraino egli stesso), in occasione dell’anniversario per l’annessione dell’Ucraina alla Russia avvenuta nel 1654, nonostante la maggioranza degli abitanti della Crimea fossero russofoni e di etnia russa.

Ma perché a due anni di distanza questa annessione non suscita più rumore, scalpore e scandalo? Ovviamente l’annessione della Crimea attraverso un referendum legittimo (checché ne dica la stampa di regime), con una vittoria schiacciante, senza incidenti né pressioni nei seggi, dà noia alle potenze atlantiste (ricordiamo che testimone della correttezza del referendum fu il rappresentante OSCE ed ex Deputato alla Camera Claudio D’Amico, che pubblicò sul proprio profilo facebook il suo ingresso in un seggio ed il procedere delle votazioni).

Non desta scandalo poiché non ci sono crisi umanitarie, poiché la popolazione è contenta, non fa più notizia sui media di tutto il mondo perché, a differenza dei paesi “pacificati” dagli americani come l’Iraq e l’Afghanistan, dove scorre tuttora il sangue per le strade, gli abitanti della Crimea continuano la loro vita in modo pacifico. Ingiusto sarebbe non ammettere che i cittadini della penisola da poco ritornati alla madrepatria sono i primi a subire le conseguenze dell’aggravarsi della crisi economica russa, peggioramento dovuto anche alle sanzioni europee ed americane (sanzioni che facendo impennare l’inflazione vanificano l’aumento dei salari e delle pensioni approvati dal presidente Putin); nonostante ciò nessuno tornerebbe indietro, nessuno oggi in Crimea pensa di tornare sotto il dominio dei golpisti di Euromaidan.

Dal punto di vista internazionale la situazione continua a restare nello stallo più assoluto. Stati Uniti ed Unione Europea hanno chiarito a più riprese la propria posizione, dichiarando che non riconosceranno mai l’annessione effettuata da Mosca. Ma le carte in tavola sono cambiate in seguito allo stallo dei combattimenti nelle repubbliche separatiste e filorusse nell’est Ucraina e del vittorioso intervento russo in Siria.

Gli abitanti della Crimea sono fra quei pochi popoli che hanno applicato in prima persona il principio di autodeterminazione dei popoli riconosciuto dalle Nazioni Unite, il tutto senza scontri o sangue. Eppure non solo questa pacifica e bilaterale annessione non viene riconosciuta, ma il regime di Kiev continua a gettare sale sulla ferita, chiude il confine fra Crimea ed Ucraina e blocca le forniture d’acqua ed elettricità nonché tutti i beni primari.

In Italia solo Matteo Salvini ha ricordato questo anniversario, nel silenzio più rigoroso di tutti gli altri media e politici italiani; d’altronde, due anni fa, il segretario della Lega fu il primo leader politico occidentale a riconoscere la legittimità e la validità del referendum in Crimea.

La speranza è che questa pacifica e richiesta annessione venga finalmente accettata dai governi di tutto il mondo e che il regime di Kiev si renda conto, una volta per tutte, che la Crimea è persa e che più si accanisce nella vendetta, più profondo diverrà il solco nei confronti degli abitanti innocenti della repubblica di Crimea.

(di Marco Franzoni)