Siria, a cinque anni dalla “rivoluzione”

In merito alla “rivoluzione siriana”, iniziata il 15 marzo 2011 e ben manovrata dall’esterno dai soliti noti, il 19 aprile 2011 Bashar al-Assad lanciò un messaggio chiaro che si sarebbe rivelato profetico nei confronti del quale gli zerbini di “Usrael” e l’Occidente stesso hanno fatto orecchie da mercante: “gli islamisti e le forze coloniali straniere vogliono destabilizzare il Paese”.

Nel giugno del 2011 la “rivolta”, iniziata a Daara, raggiunge Hama, roccaforte della famosa organizzazione terroristica sunnita dei Fratelli Musulmani (legata mani e piedi ad Erdogan) dove l’esercito, agli ordini di Hafez al-Assad, era giustamente intervenuto duramente ed in maniera vendicativa il 2 febbraio 1982, in seguito ad attentati dinamitardi dei militanti della Fratellanza contro il Presidente alawita compiendo un massacro, certo, ma necessario al fine di evitare una situazione critica in termini di integrità politica, statale e religiosa.

Man mano che la “rivoluzione” dilagava in altre città siriane quali Homs ed Aleppo, le vittime venivano registrate da ambo le parti negli scontri tra manifestanti ed apparati di polizia e negli incendi alle sedi del partito Baath, tuttavia i media occidentali, zerbini e faziosi, cinque anni fa come oggi, parlarono esclusivamente di dure e brutali repressioni del governo socialista e laico di Bashar al-Assad. Se in un primo momento ad infiltrarsi tra i manifestanti pacifici erano stati gruppi terroristici quali i Fratelli Musulmani (i quali ingrassano come polli il “laico” e “moderato” Free Syrian Army, forza che sarà presente ai negoziati di pace con l’esecutivo di Damasco sotto la mediazione ONU di Staffan de Mistura) in seguito saranno l’Occidente e le coalizioni della Lega Araba a prendere in mano la situazione dall’esterno usando questi gruppi terroristici, costituiti da jihadisti salafiti e wahabiti provenienti da 82 Paesi diversi, come braccio armato nell’invasione di uno Stato sovrano, riducendolo ad un immenso campo di battaglia con più di 87 fronti di combattimento.

Oltre al Free Syrian Army, vennero a delinearsi, nelle file ribelli, i jihadisti salafiti di Jaysh al-Islam, Ahrar al-Sham, i sauditi wahabiti del Fronte Islamico, i qatarioti della Brigata Ahfad al-Rasul, Mujhaideen reduci della guerra in Bosnia del 1995 e la cellula di Abu Mus‘ab al-Zarqawi in Siria, ossia Jabhat al-Nusra, per lungo tempo alleata dello Stato Islamico. Queste strutture terroristiche, appoggiate più o meno in maniera esplicita dall’Occidente, dalla Turchia e dalle potenze del Golfo, rappresenterebbero la cosiddetta “opposizione moderata”.

Oggi, nel 2016, contrariamente alla propaganda buonista dei soloni semicolti quali Gad Lerner, Henri Bernard Levy, Paolo Gentiloni, Roberto Saviano e Pier Luigi Bersani, questa “opposizione moderata” non ha alcun fine di democrazia arcobalenata e primaverile, poiché l’intento principale è quello di trascinare la Siria laica e socialista in una situazione ben più grave caratterizzata da reciproche zone di influenza nelle quali l’oscurantismo medievale e, probabilmente, il fanatismo religioso a scapito delle minoranze sciite, alawite e cristiane, le quali saranno ridotte senza troppi complimenti a carne da macello alla stregua degli Yazidi in Iraq.

Condizioni che le dittature secolari socialiste, laiche, baathiste e panarabe hanno combattuto con ogni mezzo, specialmente per rendere un popolo il più all’avanguardia possibile, con tutti i limiti del caso secondo un trend definibile “filo-occidentale”. Per supportare la tesi di un Free Syrian Army come “forza moderata”, l’opinione pubblica ha fatto leva sui disertori del Syrian Arab Army dipingendoli come “partigiani della libertà”, “patrioti” ed altre amenità. Bene, la stragrande maggioranza di quei disertori passati nelle file del Free Syrian Army si sono riciclati nelle file di al-Nusra e ISIS.

Persino fonti legate allo Stato Islamico hanno confermato ciò. Riportando questi fatti cosa si vuole sottintendere? Che l’espressione occidentale “ribelli moderati” altro non è che uno slogan giornalistico-propagandistico studiato ad arte per ripulire terroristi funzionali ai folli giochi geopolitici dell’Occidente. Ancora oggi, a distanza di 5 anni, i media non si fanno scrupoli a diffondere menzogne basate su fonti di dubbia veridicità quali il ben noto “Osservatorio Siriano sui Diritti Umani, di proprietà di un siriano con sede a Coventry, finanziato dal governo britannico e che non vede la Siria dal 10 giugno 2000, giorno della morte del Presidente Hafez al-Assad.

Infatti, dal 30 settembre 2015, abbiamo assistito ad una costante macchina del fango contro l’intervento della Russia di Vladimir Putin a sostegno del Presidente Bashar al-Assad, tirando fuori cifre spesso ingigantite o, ancor peggio, inventate su presunte vittime civili e facendo ricadere le colpe della crisi dei rifugiati che sta destabilizzando l’intero continente europeo unicamente su Bashar al-Assad tramite interviste ad-hoc, molto spesso faziose, al migrante di turno appena accolto con fanfare, trombe e ‪#‎WelcomeRefugees in ogni dove.

Ma c’è chi, in tutto questo mare di propaganda, delizia la platea con la verità scevra da pregiudizi, come ad esempio l’Arcivescovo di Aleppo. E noi, piuttosto che ad un giovane in forze e potenziale difensore della Patria fuggito via come il peggiore dei disertori, preferiamo credere a lui.

(di Davide Pellegrino)