Belgrado non dimentica: schiaffo alla NATO nel giorno di Milosevic

 

L’incontro a Mosca tenutosi tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente serbo Tomislav Nikolić è coinciso con l’anniversario della morte di Slobodan Milošević. Durante l’incontro il presidente serbo ha ribadito che la Serbia non intende fare parte della NATO. Le parole di Nikolić possono essere ritenute un chiaro arresto della politica pro-EU e pro-NATO seguita dal suo predecessore Tadić e, di conseguenza, una consacrazione -forse inconsapevole, non discutiamo- dell’eredità del predsenik morto l’11 marzo 2006 di infarto nel carcere di Scheveningen (Olanda).

Milošević venne arrestato in Serbia il 1 aprile 2001 e consegnato segretamente dall’allora Primo Ministro Zoran Đinđić al Tribunale Internazionale per i crimini di guerra il 28 giugno dello stesso anno. L’azione di Đinđić venne aspramente criticata dall’opinione pubblica serba e dal presidente Koštunica.

Il processo contro Milošević durò cinque anni e venne interrotto dalla morte dell’ex presidente serbo che, tra l’altro, fu in grado di difendere se stesso senza l’aiuto di avvocati per tutto il corso delle fasi processuali, avendo lui stesso una perfetta preparazione giuridica.

Il culmine dell’autodifesa di Milošević venne raggiunto nel febbraio 2002, quando in un lungo discorso l’ex presidente serbo riuscì a dimostrare la completa inconsistenza di molte delle accuse rivoltegli e l’illegalità dello stesso processo in atto, poiché non corrispondente alle norme del diritto internazionale. Nel corso del proprio discorso, Milošević dimostrò (avvalendosi anche di materiali visivi) il carattere criminale delle operazioni NATO in Serbia, che possiamo riassumere nei seguenti punti: utilizzo di bombe a cassetta e di uranio impoverito, distruzione consapevole di siti di natura non militare ed attacchi alla popolazione civile. Milošević inoltre dimostrò che l’attacco sferrato dalla NATO non perseguiva scopi militari poiché, ad esempio, durante il bombardamento del Kosovo vennero annientati solo 7 carri armati dell’esercito serbo. Il reale obbiettivo del bombardamento della provincia autonoma serba era la comunità albanese, che in tal modo fu costretta a rifugiarsi nei territori limitrofi, creando una situazione di instabilità da poter sfruttare successivamente contro Milošević stesso -in altri termini, lo stesso giochino che si sta cercando ora di fare in Siria con le masse in fuga dall’orrore del fondamentalismo stipendiato dalla CIA. La vittima sacrale in questo caso non è tuttavia Milošević, ma Assad. La presenza massiccia di profughi albanesi provenienti dal Kosovo venne effettivamente utilizzata come una dimostrazione di epurazioni etniche condotte dai serbi nella regione meridionale. La realtà, secondo le parole del politico serbo, fu ben differente: il problema dei profughi fu creato via aria dalla NATO, via terra dagli stessi guerriglieri dell’UČK, che minacciavano rappresaglie ai kosovari di etnia albanese che non avessero voluto lasciare il territorio durante la campagna della NATO. Il che testimonia, sempre secondo Milošević, un chiaro legame tra NATO ed un’organizzazione tendenzialmente terroristica come l’UČK.

Il carattere brillante dell’autodifesa di Milošević, che insomma stava dicendo verità scomode e le stava dimostrando in una maniera giuridicamente ineccepibile, potrebbe spiegare in parte la pessima assistenza medica fornitagli nel corso delle fasi processuali (già nel 2003 la moglie Mira Marković riconobbe pubblicamente che le cure date al marito in carcere non erano chiaramente adeguate agli ormai gravissimi problemi cardiaci del paziente) e l’ostinato rifiuto delle autorità olandesi di concedere all’ex presidente serbo la possibilità di curarsi in Russia, nonostante l’assicurazione da parte dei poteri di Mosca che il malato sarebbe stato riconsegnato all’Olanda dopo la conclusione della cura. In una lettera scritta da Milošević al Ministero degli Affari Esteri russo tre giorni prima della morte leggiamo: “Penso che l’ostinazione con cui non mi si consente di avere assistenza medica in Russia è motivata innanzitutto dal timore delle conclusioni che gli specialisti russi non potranno non fare. E cioè che nel corso del processo la mia salute è stata coscientemente debilitata”.

Sebbene il governo serbo-montenegrino, all’epoca dichiaratamente pro-atlantico, si sia rifiutato di seppellire Milošević con gli onori di stato, la notizia della morte dell’ex presidente serbo venne accolta con immensa commozione dai semplici cittadini serbi e dalla maggioranza dei politici del paese. Ad esempio, il Presidente della Commissione del Partito Socialista Serbo, Ivica Dačić, il Vice-Presidente del Partito Radicale Serbo, Tomislav Nikolić, il Presidente del Partito Socialdemocratico, Nebojša Čović, dissero che il Tribunale dell’Aja aveva di fatto ucciso Milošević negandogli la cura in Russia e riconobbero al defunto il merito di aver salvato il popolo serbo da un genocidio ancora peggiore di quello che ebbe luogo nel 1999.

Il socialista montenegrino Miomir Vojnović e il Presidente del Partito Democratico Serbo-Montenegrino Ranko Kadić riconobbero che la morte di Milošević non aveva permesso di rivelare una verità alternativa sulla dissoluzione della Jugoslavia e sull’attacco NATO contro la Serbia.

Slobodan Milošević venne sepolto con cerimonia privata il 18 marzo 2006 nella città natale di Požarevač, sotto il tiglio dove aveva baciato per la prima volta la moglie. Alla cerimonia presero parte 50.000 serbi.

(di Claudio Napoli)