L’ Italia repubblicana e la triste eredità del Regno del Sud

Il Regno del Sud (come si suole chiamare quello che dal 1816 sarebbe diventato il Regno delle Due Sicilie, per intenderci), è oggetto di dibattiti ancora oggi. La storiografia contemporanea ha spesso ribadito i punti critici del regno meridionale, il più grande di quelli pre-unitari ma anche il più controverso.

Quando il 6 ottobre 1759 Carlo III di Borbone, già Re di Parma e dal 1735 Re di Napoli e di Sicilia, firmò la “prammatica sanzione”, il trono del Regno del Sud, che de facto si affrancava da quello spagnolo, finiva nelle mani del suo figlioletto Ferdinando che, ad appena 9 anni, diveniva il nuovo sovrano. La vera potestà venne esercitata però da Bernardo Tanucci, il tormentato statista toscano che aveva fatto da primo ministro al futuro Re di Spagna proprio a Napoli e ne era stato sin dall’inizio l’alfiere riformista. Tanucci fu messo a capo del Consiglio di Reggenza, organo noto nelle antiche monarchie per occuparsi che di governare al posto del sovrano nel caso di un impedimento particolare (in questo caso, la minore età).

Il risultato di questi anni di “premierato” è noto, anche grazie alla fitta rete di corrispondenza che, dal 1759 al 1776, il già anziano aretino teneva con Carlo, che riceveva una sua lettera a settimana. La maggior parte di queste missive lamentavano della situazione miserevole del regno e della necessità di riformarlo in molti ambiti, non ultima l’economia (ancorata a un rigido feudalesimo), per seguire quella cosiddetta Rivoluzione Industriale che aveva visto quale precoce protagonista l’Impero britannico, seguito dalla Francia, dall’Austria e da molti stati tedeschi. Una lotta che passava necessariamente per il trapasso storico degli ordini del clero e della nobiltà che altrove in Europa già era lì per verificarsi.

Un’impresa titanica e dalle tinte impossibili nella realtà italico-meridionale. Per avere il voto dei reggenti “io devo disputare, dimostrare, sudare, infiammare la gola, il capo, il petto, sputar la bile, e la milza, e qualche dente”, scriveva Tanucci a Carlo. Letto in questi termini si potrebbe definire un esaurimento nervoso.

Cosa che in effetti fu, visto che i rapporti con i nobili napoletani furono tesi dal principio. I nomi citati nelle lettere sono parecchi: don Antonio Del Rio, don Michele Reggio, il principe di San Nicadrio (quest’ultimo oggetto di vere invettive epistolari e definito dal Tanucci “oggetto di un odio universale il quale non può più crescere”). Tutti impegnati a difendere le proprie distese di possedimenti e i propri privilegi, senza lasciare spazio al governante.

In 17 anni di governo Tanucci riesce a portare a casa una sola grossa riforma: l’istituzione di una scuola pubblica di Stato, superando così il monopolio esercitato dai gesuiti, cacciati nel 1767 e confiscati dei loro patrimoni. Ma la sua si rivelò, negli anni successivi, poco più che una vittoria di Pirro, considerando che lo Stato borbonico non investì praticamente nulla nel settore e la Scuola stessa rimase, fino agli albori del 1860, un’istituzione poco più che teorica e sostanzialmente lontana dalle masse. Alla base di questa reticenza, il timore dell’aristocrazia napoletana di generare una classe popolare mediamente istruita e in grado di metterne in discussione il ruolo superiore nella società.

I tentativi riforma economica che il Tanucci promosse in quegli anni cominciarono già durante il regno di Carlo III: folgorante fu il 1735, quando fu riformata la Giunta di Commercio e sostituita con un organo governativo dotato di pieni poteri sui traffici commerciali, tanto interni quanto esteri. Ma fu solo la prima di una serie di illusioni: nobiltà e corporazioni, infatti, non potevano accettare che i loro privilegi nelle materie mercantili fossero controllate e sostituite da un organo di Stato. Così, già nel 1746, la nuova Giunta divenne un organo di magistratura ordinaria senza poteri sul commercio interno. Un rapporto che non cambierà dopo la partenza di Carlo e che si trascinerà, stantio, inerte, fino al 1776, anno del ritiro a vita privata dello statista aretino.

Resistenze continua, pressioni esterne al mondo della politica: sembra di vivere, nel passato, il film dell’orrore odierno. Se si pensa che il sistema governativo ufficiale era quello della monarchia assoluta, ci si rende ben presto conto della distanza che separa la teoria dalla pratica, in qualsiasi epoca storica. Come allora a governare era uno solo, teoricamente Ferdinando, poi teoricamente Tanucci, ma praticamente nessuno, allo stesso modo nella democrazia itaiana successiva al 1948 a governare è teoricamente il popolo, poi teoricamente il governo e i suoi rappresentanti, ma in pratica nessuno.

I reggenti di ieri sono i parlamentari di oggi, la nobiltà  sono gli imprenditori che dominano sulla politica, le corporazioni i numerosi gruppi che, in nome dei loro interessi particolari, si rifiutano, urlando al presunto autoritarismo del presidente di turno o facendo le vittime, di fare quello della Nazione. Nulla è cambiato, ma è paradossale che, nel frattempo, ufficialmente siano cambiati ben tre regimi e che il Regno del Sud sia scomparso.

La Repubblica, l’ultima nata, sta faticando, dopo ben tre bicamerali e una riforma presidenzialista bocciata nel 2006, per snellire un minuscolo aspetto del proprio iter legislativo: il bicameralismo perfetto. Quell’organismo mostruoso, creato in una fase, quella post-bellica, in cui la lucidità si era persa del tutto. Simbolo della bellissima Costituzione dell’ingovernabilità, un feticcio burocratese distruttivo, responsabile di parte della lentezza che caratterizza le nostre istituzioni.

Le famose navette sono ormai l’incubo del cittadino informato, ben consapevole che una legge, giusta o meno che sia, impiega in media decine di passaggi per essere promulgata, visto che le due camere la devono votare in modo identico. Ad ottobre ci sarà un referendum importante che potrebbe almeno indebolire questo processo infernale.

Nulla di clamoroso, sia chiaro, la Costituzione italiana andrebbe rasa al suolo e riscritta seguendo, questa volta, la voce del buon senso e non della follia isterica: ma, in ogni caso, qualcosa che può renderci la vita almeno un po’ meno complicata, visto che il nuovo Senato voterà solo le leggi di finanziarie e di bilancio annuali, le elezioni del Presidente della Repubblica e dei membri del Csm. Ce la farà? Sarà dura perfino questa, nella sua minuscola entità, perché i signorotti feudali di oggi, che esistono esattamente come nel Sud di Tanucci, faranno di tutto, come hanno sempre fatto, per evitarlo.

Non è un articolo pro-Renzi, voglio specificarlo. Il presidente del Consiglio è un uomo del sistema e va recepito come tale. E’, invece, una riflessione storica sul perché delle nostre arretratezze. Fa ancora più rabbrividire, infatti, che l’ultimo dei regimi successivi al preunitario Regno duosiciliano segua la tendenza generale di un’Italia unita sempre più volgente agli aspetti arretrati del proprio Sud, guardando con sempre maggiori difficoltà a quelli avanzati del proprio Nord.

Sissignori. L’Italia si è meridionalizzata nei circa 200 anni successivi mentre, forse, sarebbe stato più consono attendersi una sua “settentrionalizzazione”. Quel che è peggio, si è meridionalizzata anche nell’ Esprit des Lois nella sua cultura politica. La stessa che, probabilmente, ci tiene agganciati ad una Costituzione vecchia prima ancora di nascere e incapace di garantire governabilità, in cui i deputati, i partiti e i ministri somigliano tanto a quei signorotti meridionali contro cui un povero tapino come il Tanucci doveva combattere le proprie battaglie da Don Chisciotte delle due Sicilie.

(di Stelio Fergola)