Marchisio e i non vedenti, nuovi obiettivi del pensiero unico

 

Non ce la fanno proprio a fermarsi, i massoni della cultura intellettualoide. Trovano nuovi sfoghi ad ogni piè sospinto, quasi come fossero alla ricerca costante di nuove questioni alle quali aggrapparsi. Il mondo del calcio, negli ultimi anni, è una gabbia di indicazioni dall’alto, di censure continue e di impossibili dibattiti. Gli spot della UEFA contro il razzismo (che per carità, hanno una loro ragion d’essere), si ritrovano in questo contesto di costrizione, di falsità, di ipocrisia che delegittimerebbe anche un miracolo di Padre Pio o, per i non credenti, un’opera di beneficenza verso i bisognosi.

Stavolta l’obiettivo della censura inquisitoria non può che essere Claudio Marchisio, che durante la semifinale di ritorno di Coppa Italia di mercoledì sera tra Inter e Juve aveva twittato: “Ammonizione per Zaza, dicono che ha scalciato. Telecronaca fatta da un non vedente!“.

Credo sia superfluo constatare quanto nel gergo comune accusare l’altro di “essere cieco” corrisponda ad una banalissima critica – sfottò che in sé non contiene assolutamente nulla di offensivo. Questo sottolineando l’ovvio: ossia che la qualità delle telecronache Rai è così precipitata negli ultimi anni da rendere assolutamente legittimo l’appellativo di “non vedenti” ai suoi speaker.

Ma signori miei, l’epoca del perbenismo è al suo atto finale, distruggere qualsiasi cosa si trovi davanti, incluso il linguaggio, goliardico o critico che sia, e allora via di scure, che ognuno si sente in diritto di urtarsi, perché accusare l’altro di aver offeso è il modo più semplice per non rispondere con i fatti ai rilievi. Il giorno dopo arriva, puntuale come un orologio svizzero, la risposta della Rai, con Carlo Paris, direttore di Rai Sport ancora per qualche giorno, che straccia le vesti dell’indignazione così: “Per frasi molto meno offensive su Twitter io ho fermato dei miei colleghi. Così come chiediamo ai nostri rispetto per le persone, lo dobbiamo chiedere anche per i nostri professionisti. Quello di Marchisio è proprio uno scivolone e mi dispiace anche perché è un giocatore della Nazionale. Tra l’altro, ha scritto una cosa decisamente non bella nei confronti dei non vedenti. Tutta la nostra stima per Cerqueti”.

Potrebbe essere una posizione isolata, e invece non lo è. Del resto, quando le masse incitavano al rogo degli eretici nel XIII secolo, lo facevano con partecipazione attiva, non si limitavano a lasciare l’indignazione alle autorità papali. Giovanni XXII perseguitava le cosiddette streghe e trovava nelle masse la medesima fedeltà che oggi le stesse assicurano, in ordine sparso, a maestrine del linguaggio, ad arcobalenati e a distruttori di confini e differenze, senza alcuna pietà. Ecco che si mobilita addirittura l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti della tv pubblica: “Le parole di Marchisio hanno offeso una intera comunità, quella dei ciechi, oltre che un collega che stava svolgendo come sempre in maniera professionale il proprio lavoro. Sono parole ancora più sgradevoli, visto che sono pronunciate da un giocatore della squadra più blasonata e della nazionale di calcio”.

Il centrocampista della Juve si è limitato a ribadire la critica verso i telecronisti Rai (“ognuno di noi ha il diritto di esprimere il proprio giudizio su una partita. Come calciatore sono abituato ad accettare commenti e opinioni di ogni genere, sia da parte dei tifosi sia da parte dei giornalisti o dei commentatori”) ma anche, purtroppo, a doversi piegare, come tutti, al circo equestre della retorica spicciola (“Infelice e sbagliato è stato invece il mio scivolone, ancorché scherzoso, riguardante i non vedenti. Per questo mi scuso”). La stampa italiana le ha considerate “scuse a metà”. Per noi ha fatto pure troppo.

La eco insostenibile che aveva avuto lo scontro Sarri – Mancini in occasione dei quarti di finale di Coppa Italia non poteva che avere nuovi riverberi. Perché la dittatura politicamente corretta è così, non si ferma, estende i suoi tentacoli ad ogni virgola, ogni espressione della vita umana, ammazzando gergo, naturalità delle espressioni, libertà degli individui. Diventa offensivo finocchio detto in un contesto virile come il gioco del calcio, diventa offensivo dare del “cieco” a qualcuno per attenzioni criticabili del suo lavoro, diventa offensiva qualsiasi cosa.

L’importante è non turbare gli animi di questo mondo falso e gretto, pronto a calpestare i diritti di tutti e a mercificare corpi come si fosse al supermercato ma ehi, a ricordarci il peso di parole del tutto inconsistenti.

(di Stelio Fergola)