Muhammar Gheddafi e l’orrenda morte di uno statista

L’esperienza politica di Mu’ammar Gheddafi ha inizio nel 1961, anno in cui frequentò la scuola coranica di Sirte. Durante gli studi, ebbe inoltre occasione di approfondire e conoscere a fondo il baathismo e il socialismo nazionale panarabo, ideologie nate in seno alla comunità alawita siriana intorno al 1947 e messe in atto, per la prima volta in assoluto, dal Presidente Gamal Abd el-Nasser in Egitto nel 1956.

La visione politica nazionalsocialista panaraba, laica e baathista ebbe un ruolo chiave nel colpo di Stato ai danni di Re Idris I – giudicato da Mu’ammar Gheddafi troppo legato a doppio filo a Stati Uniti e Francia – del 26 agosto 1969, il quale spianò la strada in Libia alla cosiddetta Jamahiriya, ossia la “Repubblica del Popolo” idealizzata da Gheddafi stesso nel Libro Verde, testo, quest’ultimo, in cui il Raìs spiega in maniera chiara e netta la sua visione politica e filosofica e, soprattutto, la sua concezione della democrazia e dell’economia con una critica a comunismo e capitalismo, la quale ha come corollario la cosiddetta “Terza Teoria Universale” da circoscrivere nel bacino ideologico del socialismo arabo.

In nome della Jamahiriya e del nazionalismo arabo, la Libia – oltre al ritagliarsi una sua sovranità nazionale, successivamente a non poche difficoltà – nazionalizzò la maggior parte delle proprietà petrolifere sul territorio nazionale in modo da tenere ben distanti eventuali ingerenze esterne e chiuse immediatamente le basi militari americane e francesi dichiarandole come “non gradite”. Il Welfare State fu uno dei principi cardine della Jamahiriya di Mu’ammar Gheddafi; a tutti i cittadini libici, in seguito alla Rivoluzione contro Re Idris, furono garantiti elettricità e forniture d’acqua completamente gratuiti, nonché notevoli agevolazioni sui prestiti bancari con tassi di interesse molto bassi.

Il diritto alla casa era sacro ed inviolabile; qualunque cittadino libico che non fosse stato in grado di comprarsi una casa con un reddito proprio, avrebbe avuto la possibilità di iscriversi ad un’organizzazione gestita completamente dallo Stato, la quale gli avrebbe attribuito l’alloggio senza spese alcune di sorta. La centralità della famiglia, come nucleo che avrebbe garantito la continuità dello Stato, era di rilevante importanza; per le famiglie numerose e con molti figli a carico, lo Stato provvedeva personalmente a garantire loro un assegno mensile extra di circa 300 € per pagare le spese. La formazione dei “libici del domani” non era lasciata al caso; ad ogni studente, infatti, che avesse voluto intraprendere un corso di studi o di formazione universitaria all’estero, il governo provvedeva personalmente ad attribuire una borsa di studio di circa 2000 €.

Inoltre, qualora lo studente non avesse avuto stimolo ad intraprendere qualsivoglia studio universitario, si fosse fermato alla licenza di scuola superiore e non avesse trovato ancora un’occupazione, lo Stato avrebbe provveduto a trovargliela garantendogli, nel frattempo, lo stipendio della professione media. La laicità era un valore insindacabile; su questo tema Mu’ammar Gheddafi si espose dicendo che “in Libia non obblighiamo nessuno a mettere la Mezza Luna. Chi vuole lo fa’”. Chiaro segno di come volesse chiaramente tenere separato il potere politico dall’autorità religiosa, nonostante l’Islam, a livello costituzionale, fosse dichiarata religione di Stato in seguito alla Rivoluzione.

Questo insieme di provvedimenti elevò la Libia a Stato dal benessere socio-economico più elevato all’interno del mondo arabo, del Maghreb e del continente africano, facendole guadagnare prestigio, rispetto ed ammirazione da parte dei Paesi confinanti. Fu proprio a causa di queste favorevoli condizioni e del trend positivo dell’economia libica che Mu’ammar Gheddafi, nel 1970, osteggiò caldamente un’alleanza strategica con la Tunisia (successivamente rifiutata da quest’ultima) e si ritagliò, sempre di più, uno spazio di primo piano nello scacchiere geopolitico.

Anti-israeliano, Mu’ammar Gheddafi si mosse personalmente a finanziare l’OLP di Yasser Arafat nella sua lotta di resistenza a Tel Aviv. Nell’ottica della Guerra Fredda e dell’era post-ideologica mantenne sempre un atteggiamento ostile nei confronti dell’Occidente, il quale lo emarginò dalla NATO, lo attaccò militarmente a Tripoli il 15 aprile 1986 e lo eliminò dalla scena politica quel fatidico 20 ottobre 2011, giorno in cui la “Primavera Araba libica” bella e colorata ebbe ufficialmente fine e i fondamentalisti islamici al soldo dell’Occidente e al grido di “Allah è grande” – seguendo il medesimo copione dei Talebani del Mullah Omar e dei Mujhaideen in Afghanistan nei confronti dei vertici comunisti del Partito Democratico Popolare – vilipesero come i peggiori sciacalli il suo corpo nel deserto, con Hillary Clinton dietro le quinte a ridere di gusto dell’ottimo successo dell’operazione.

La terribile morte di Mu’ammar Gheddafi, oltre ad aver mostrato al mondo intero, dopo l’attacco terroristico predatorio all’Iraq di Saddam Hussein senza prove nel 2003, ha nitidamente spiegato come ogni sistema sociale sovrano ben funzionante che non sia in qualche maniera piegato alla globalizzazione preconfezionata made in Washington sia visto come nemico a prescindere, nonostante il “pericolo rosso”, il socialismo reale e l’Internazionale marxista siano terminati di esistere 27 anni fa con la caduta del Muro di Berlino.

Su Mu’ammar Gheddafi ognuno può avere il proprio giudizio, ma l’onestà intellettuale deve riscontrare, nel suo desiderio di voler combattere fino alla fine, il coraggio di un vero condottiero che amava il suo Paese. Il coraggio di un martire, ieri vituperato, oggi quantomai rimpianto, alla luce della situazione disastrosa in cui versa la Libia da 4 anni a questa parte.

(di Davide Pellegrino)