Le deformazioni del giornalismo democratico

C’era una volta, in una terra lontana, un dittatore malvagio di nome Bashar Al-Assad. Costui governava in maniera dispotica e compiva stragi contro il suo stesso popolo, giungendo ad uccidere persino i bambini, usando anche armi chimiche; inoltre era amico di un dittatore molto più cattivo e pericoloso, Vladimir Putin, il quale, oltre ad essere un fascista omofobo, ama farsi ritrarre mentre va a caccia di cuccioli di cerbiatto. 

Ma, grazie a Dio, la più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, decise di intervenire per ristabilire la giustizia e la pace e portare a quel popolo oppresso la tanto agognata democrazia. Così, un bel giorno, grazie all’aiuto del Mondo Libero Occidentale, si costituì un gruppo di Partigiani della Libertà, i “ribelli democratici”, in lotta contro il terribile oppressore ma anche contro l’Isis, le nuove camicie nere fascio-islamiste, germogliate dalla violenza seminata da Assad. 

La lotta è dura e difficile, ma con l’apporto del Premio Nobel per la Pace nonché Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, delle ONG con sede a Londra, Ginevra e Manhattan che difendono strenuamente i diritti umani e con il preziosissimo sostegno di filantropi del calibro di George Soros, il bene, cioè la democrazia, trionferà sul male,il fascio-islamismo supportato dai cattivi dittatori.  

Questa favola per bambini, raccontata in termini molto più sottili e persuasivi, viene ripetuta nella stragrande maggioranza dei giornali, delle televisioni e delle radio mainstream da almeno cinque anni per quanto riguarda la Siria e da diversi decenni in riferimento a casi analoghi di “dittature sanguinarie”, come la Libia di Gheddafi, l’Iraq di Saddam, la Serbia di Milosevic, l’Iran di Khomeini et cetera, et cetera.

Ovviamente il quadro geopolitico è molto più articolato e complesso ed affrontarlo, alla maniera della stragrande maggioranza dei media mainstream, nei termini di questo banale manicheismo è pura propaganda, disinformazione bell’e buona, metodica mistificazione. Certo, la Siria non è uno Stato “democratico” (ammesso che lo siano, nella sostanza, gli Stati occidentali, cosa della quale non proprio tutti sono convinti), così come democratico non era il colonnello Gheddafi e nemmeno Saddam Hussein. Ma, come scriveva Nietzsche, preferisco un’ingiustizia al caos. 

Ed il caos che è stato scatenato subito dopo la caduta del Muro di Berlino, dapprima nei Balcani e poi in quasi tutto il Medio Oriente passando per la Georgia e l’Ucraina, ha ben poco a che fare con la difesa altruistica del benessere delle popolazioni “oppresse” o con l’esigenza di proteggersi dagli imminenti attacchi dei “folli dittatori” puntualmente presentati come novelli Stranamore. 

Saddam non aveva armi di distruzione di massa; Gheddafi non ha mai usato armi chimiche, come del resto Assad (le ha invece usate l’Isis come affermato dal Pentagono stesso). L’Iraq, la Libia e la Siria, nonché l’Iran, il babau “che vuole distruggere Israele”, erano, o sono, gli Stati più laici e tolleranti tra quelli mediorientali, sicuramente più delle petrolmonarchie sunnite come l’Arabia Saudita, alleate di ferro del mondo occidentale. 

Se l’Italia non fosse a digiuno di geopolitica avremmo già compreso tanto dello “scontro di civiltà” con l’Islam quanto della lotta tra democrazia e dittatura, perché è nei contratti per le concessioni petrolifere e per la costruzione di oleodotti e gasdotti la chiave per comprendere ciò che sta davvero accadendo in quella terra di mezzo che è il Medio Oriente, da secoli contesa dalle superpotenze di turno. Ma lo spettacolo deve andare avanti. E così la sceneggiatura, già scritta, impone che nel ruolo del cattivo venga ingaggiato Vladimir Putin, presidente della Russia, la quale fu già vittima di due stragi islamiste, quella di Beslan e quella del teatro Dubrovka di Mosca. 

Proprio lui che, con i raid contro Daesh, ha cambiato le sorti della guerra in Siria ed Iraq, affinché quelle orde demoniache non possano penetrare mai più né nei confini della Russia né in quelli dell’Europa. La stessa Europa che, anziché schierarsi dalla parte della Russia contro il terrorismo islamista, le commina le assurde sanzioni economiche su mandato di Washington, la stessa Europa che, tutta presa dalla smania di essere Charlie e di difendere “i valori dell’Occidente” finge di non sapere che tutti i cristiani di Siria sono dalla parte di Bashar Al-Assad e che le milizie di Hezbollah e quelle iraniane guidate dal generale Qasem Soleimani, entrambe composte da combattenti islamici, sono gli unici baluardi rimasti sul campo a protezione dei cristiani di quelle terre. 

L’Occidente, dicevamo; è importante non fare di tutta l’erba un fascio, infatti anche nel mondo occidentale vi sono delle importanti differenze. Ad esempio, l’allora segretario di Stato americano, Colin Powell, non ha mai chiesto scusa per aver fornito all’opinione pubblica mondiale, agitando una fialetta misteriosa in un ormai famoso discorso alle Nazioni Unite, notizie false circa le armi di distruzione di massa presenti in Iraq che avrebbero causato devastazioni “in quarantacinque minuti” e che servirono da pretesto per l’intervento militare. 

Invece Tony Blair, lo scorso ottobre, ha chiesto scusa per aver partecipato attivamente alla seconda guerra del Golfo, costata la vita a centinaia di migliaia di iracheni, per lo più civili inermi, affermando come questa abbia favorito la nascita dell’Isis; meno di un anno prima era stato premiato da Save the Children con il Global Legacy Award. Tutto è bene quel che finisce bene. Ora le centinaia di migliaia di vittime, più le perdite delle forze d’invasione, più il tragico impatto sulla popolazione, in particolare infantile, più l’aver creato terreno fertile per la nascita dell’Isis, appaiono come dettagli, incidenti di percorso. L’importante è che Tony abbia chiesto scusa, certo, dodici anni dopo, però meglio tardi che mai. 

E che dire di Barack Obama, premio Nobel per la pace “alle intenzioni” nel 2009, appena qualche mese dopo il suo insediamento alla Casa Bianca e presidente di un’amministrazione che ha architettato e sponsorizzato “primavere arabe” e “rivoluzioni colorate” in giro per il mondo, come, per dirne una, in Libia, dove al posto di Gheddafi, assassinato barbaramente tra le risate giubilanti della democratica Hillary Clinton, adesso c’è Daesh. E per chi se ne fosse dimenticato rimane, ad imperitura memoria, la dichiarazione risalente al 1996 dell’allora ambasciatrice statunitense all’Onu, Madeleine Albright, sul mezzo milione di bambini iracheni morti in seguito all’embargo imposto all’Iraq: “È una scelta difficile, ma riteniamo che il prezzo valga la pena”. 

Di tutto conosciamo il prezzo, di nulla il valore, diceva Oscar Wilde. Ed è proprio in questi giorni, mentre l’imminente liberazione di Aleppo da parte dell’esercito siriano potrebbe rovesciare definitivamente le sorti del conflitto, che ritorna prepotentemente a galla l’ipocrisia dell’occidente. La città è occupata dall’Isis da tre anni e mezzo e poiché per liberarla è necessario assediarla ed eliminare i terroristi asserragliatisi al suo interno, è solo adesso, con insospettabile tempismo, che ci si sta stracciando le vesti riguardo la sorte della popolazione civile, accusando ovviamente di ogni nefandezza i soliti cattivi di cui sopra, mentre non risultano particolari invettive da parte della “stampa libera” contro “l’amministrazione cittadina” di Daesh. 

È molto probabile, pertanto, che vi sia un’altra cosa infinita, oltre alla stupidità umana: l’ipocrisia dell’occidente.

(di Daniele De Quarto)