Confini, differenze, italianità: specie in via di estinzione

I bombardamenti propagandistici sull’accoglienza, le migrazioni incontrollate nonché qualche delirio sul concetto di “cittadinanza mondiale” (enfatizzato molto da autentiche “maestre” di tal retorica, quali Maria Teresa Meli) hanno ampiamente superato il livello di sopportazione di molti cittadini non più tanto silenziosi. Proprio per questa sorta di stato d’assedio del pensiero, la pubblicazione di libri dall’approccio maggiormente analitico è un fatto di una certa importanza. Così come lo è pensare che l’Italia repubblicana, criticabile per moltissimi aspetti, abbia in un certo periodo della sua storia tutelato in maniera specifica le linee divisorie con i Paesi confinanti, e si sia battuta per tutelare, seguendo un rigore legislativo, almeno parte dei propri cittadini e della propria cultura.

In una due giorni densa di spunti di riflessione (9 e 10 febbraio) vengono presentati a Roma due testi storici che riflettono sul valore della frontiera: Un confine nel Mediterraneo di Egidio Ivetic, focalizzato su sei secoli di vita della Dalmazia tra cultura italiana e slava, ma soprattutto La difesa dell’italianità, parto di vari autori (e curato da Diego D’Amelio, Andrea Di Michele e Giorgio Mezzalira), interessato alla ridefinizione dei confini nel secondo dopoguerra. E’ sul secondo che ci soffermeremo.

La difesa dell’italianità approfondisce la storia dell’Ufficio delle zone di confine (Uzc) attivo dal 1947 al 1954 presso il governo italiano: esso si interessò di curare aree complesse come quelle della Venezia Giulia e soprattutto dell’Alto Adige. Tale competenza in realtà è tra le responsabilità ordinarie della presidenza del Consiglio, ma la particolare organizzazione di quell’epoca, dovuta alla situazione complicata in cui si trovava il Paese dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, rende la storia dell’Uzc particolarmente interessante. Quell’Italia si macchiò di diverse nefandezze: l’Ufficio è purtroppo anche responsabile del silenzio sulle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, ma ebbe anche il merito di cercare di salvare il salvabile in una situazione di oggettiva difficoltà nella regione più delicata, se non altro da un punto di vista etnico-culturale.

Dall’ Uzc nascono diverse operazioni che hanno contribuito a mantenere il controllo del Trentino Alto Adige, come l’applicazione dell’accordo De Gasperi – Gruber. Ma soprattutto, all’Uzc arrivano finanziamenti continuativi, le cosiddette spese per l’italianità, che interessarono proprio l’aria più tedesca della regione, la provincia di Bolzano. Con il “piano campanile” vengono create chiese ed oratori, come la parrocchia di Santa Maria Assunta a Merano o quella di San Giuseppe ai Piani.

I fondi che arrivarono all’ufficio consolidarono questa linea politica anche con altre iniziative: dal sostegno ai giornali di lingua italiana e tedesca dell’area, purché ideologicamente filo-italiani (Der Standpunkt), alla manutenzione di simboli eretti durante il fascismo, come il Monumento alla Vittoria, restaurato nel 1948. La miglior prova delle operazioni patriottiche dell’Uzc sull’asse Bolzano-Trento è l’opinione negativa che ne conservano non solo gli altoatesini, ma anche alcuni sudtirolesi odierni: il sito www.welschtirol.eu descrive il “piano campanile” addirittura come “intriso di retaggi fascisti e lontani da soluzioni democratiche e trasparenti” e senza mezzi termini definisce “violenze fisiche e psicologiche” le promozioni dell’italianità e il tentativo del governo di promuovere l’emigrazione di italiani nella regione.

Per Paola Tarquini, dirigente dell’ufficio documentazione del consiglio dei ministri, la presentazione di un libro simile è “un’ occasione gradita, soprattutto considerando come l’italianità in quel momento storico sia stato un valore” mentre per Maria Maione, curatrice del fondo archivistico, “è stata quasi una riscoperta”. Essì, considerando che i documenti sull’Uzc sono stati recentemente riordinati dalla presidenza del Consiglio dopo anni di oblio nei quali tutti noi abbiamo dimenticato di poter essere in grado, una volta ogni tanto, di curare i nostri interessi e la nostra cultura. Difficile ricordarlo in un’epoca in cui ci si batte per costruire moschee anziché chiese. E in cui l’italianità non solo non è un valore, ma anche un orpello negativo di cui vergognarsi o parlare il meno possibile.

(di Stelio Fergola)