Perché non rimane nulla di Jalta

Jalta, 1945. A pochi chilometri dalla nota città della Crimea, a partire da questa data fino all 11 febbraio di quell’anno si tenne una conferenza con cui si sanciva definitivamente la spartizione dell’Europa tra gli Alleati, ad ognuno dei quali era assegnata una zona di influenza. Nel dopoguerra, il vecchio continente si vide diviso sostanzialmente in due aree: quella orientale sotto controllo dell’URSS, e quella occidentale, in mano agli Stati Uniti.

Per più di quarant’anni la cortina di ferro fu l’emblema di un’Europa che vide sempre soffocare sul nascere ogni tentativo di riacquistare la propria sovranità. In questo periodo della storia, a scontrarsi furono due imperialismi molto diversi tra loro e ideologicamente opposti. Il declino dell’URSS era però prevedibile, viste le difficoltà che, fin da subito, il mondo sovietico dovette affrontare per restare al passo della potenza americana.

Così la perestrojka, il crollo del Muro di Berlino e la geopolitica del caos misero la parola fine al socialismo reale, stabilendo la vittoria americana nella Guerra Fredda. Fu l’imperialismo yankee ad avere, quindi, la strada spianata. L’espansionismo economico, politico, militare e culturale del decennio successivo, però, ha trovato un ostacolo: l’elezione, nel 2000, di Vladimir Putin a presidente della Federazione Russa.

Immediatamente, il nuovo leader mostra la volontà di ridare peso internazionale alla Russia, investendo in nuove tecnologie militari, sequestrando i beni degli oligarchi corrotti, varando misure contro povertà e disoccupazione e risvegliando la spiritualità del suo popolo.

Gli equilibri geopolitici del Terzo Millennio vedono quindi Mosca recitare un ruolo di primo piano: non è un caso se da qualche tempo si diffondono teorie suggestive che vedrebbero Putin e gli USA come i nuovi protagonisti di una nuova Jalta, d’accordo per spartirsi il mondo in due zone d’influenza.

Solo suggestioni, almeno per ora: la Guerra fredda era caratterizzata dal dualismo tra due modelli di società diverse, oggi invece ci troviamo di fronte ad una partita a scacchi tra l’imperialismo ancora esistente, quello a stelle e strisce, e una Nazione che non vuole in alcun modo subire la sorte che toccò alla Jugoslavia negli anni ’90, quella dello smembramento, o balcanizzazione.

La guerra al terrorismo islamista in Cecenia fu condotta il prima possibile proprio per scongiurare questo pericolo. Per dimostrare che la rinascita russa ha scopi ben differenti rispetto a quelli americani, basterebbe dire che gli Stati Uniti contano più di 700 basi militari situate al di fuori dei propri confini, mentre l’unica base russa esterna attiva si trova a Tartus, nella Siria dello storico alleato Assad.

Il principale obiettivo di Putin è dunque la difesa del suo popolo, che implica inevitabilmente la necessità di un ruolo di spicco internazionale per la protezione dei propri confini. Questo ruolo non può che consistere in partnership privilegiate con vecchi e nuovi alleati, non solo per convenienza economica, ma anche per evitare un accerchiamento come quello che negli anni ’80 provocò il caos geopolitico che portò al crollo dell’URSS. Il progetto di una zona eurasiatica di libero scambio, l’unione economica BRICS e le alleanze con Siria e Iran vanno proprio in questa direzione.

E (sembra una forzatura ma non lo è) per Putin è altrettanto fondamentale  la riscoperta di una certa spiritualità, anche religiosa,  da parte del Paese che governa: ostacolare il materialismo americano è un obiettivo di primaria importanza, proprio allo scopo di “preservare” culturalmente l’anima stessa del popolo russo. Barriere decise, quindi, a una visione della democrazia che considera anche la mercificazione della vita un fattore di benessere. A differenza dell’Europa che, invece, sotto questo profilo ha rotto gli argini da diverso tempo.

Nonostante i numerosi tentativi di ingerenza di Washington, è difficile pensare che Putin non valuti nemmeno in parte gli USA come un possibile alleato con cui collaborare nella lotta al terrorismo: un banale realismo politico che lascia aperte tutte le possibilità è, infatti, nell’ordine naturale delle cose, specie per un leader di grande saggezza come si sta dimostrando il presidente russo.  Ciò che sta accadendo oggi nel Donbass e in Siria non è trascurabile, in ogni caso: in entrambi i conflitti vi è infatti una palese complicità americana nell’ostacolare qualsiasi eventuale collaborazione la Russia e l’Europa.

Come se non bastasse, le sanzioni imposte dall’Occidente (di cui anche la colonia-Europa fa parte) e l’abbattimento dei costi del petrolio da parte dell’OPEC hanno contribuito a complicare ancora di più la vita negli uffici del Cremlino.

Una partita a scacchi, dicevamo prima. Disciplina in cui Putin dovrebbe trovarsi a suo agio, da judoka ed ex agente del KGB: la strategia è il suo pane. L’unica certezza, però, è che di una Jalta del Terzo Millennio non c’è assolutamente traccia.

(di Lorenzo De Bernardi)