Calciatori politicamente scorretti : Socrates

 

“Il calcio per me è come camminare: da solo, svincolato da un contesto sociale, non è nulla. Quando vai a piedi, non fai niente di speciale: se però a piedi vai in Parlamento a far valere le tue idee, cambia tutto. Così il calcio: se diventa un veicolo per educare la gente, allora è un mezzo formidabile”

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, semplicemente noto come Socrates. Il lunghissimo e altisonante nome del calciatore brasiliano più politicamente impegnato della storia è già un preambolo per un racconto di vita di una figura sportiva tutt’altro che ordinaria. Lo sport come veicolo per lanciare messaggi civili e politici suscita spesso, oggigiorno, reazioni contrastanti nell’opinione pubblica e anche tra i vertici delle organizzazioni sportive. A maggior ragione se tali messaggi si discostano dalle indicazioni istituzionali. L’imponente campagna della Fifa contro il razzismo nasce negli uffici dorati dell’organo calcistico mondiale, mentre la democrazia corinthiana prese forma nel sudatissimo spogliatoio del Corinthians, negli anni ’80. Probabilmente, le magliette del Timao con la scritta Democracia e l’iniziativa rivoluzionaria capeggiata da Socrates, non supererebbero indenni la mannaia di qualche inflessibile giudice sportivo nel 2016.

“Mio padre quando scelse quei nomi doveva essere ubriaco, meno male che non ha fatto figlie…”

Socrates nasce a Belém, capitale dello Stato del Parà, il 19 febbraio del 1954. Dalla passione del padre per i classici greci nasce l’idea di chiamare il figlio con il nome di un grande filosofo. Fu un’intuizione quasi profetica perché oltre al calciatore il mondo conoscerà anche il lato intellettuale, sociale e politico dell’uomo. La carriera calcistica inizia nel Botafogo, prima dell’approdo al suo amato Corinthians nel 1978. Con la fascia di capitano sul braccio, nel Timao, Socrates inizia la sua opera filosofica sul campo e vince il primo campionato paulista nel 1979. L’altezza, il fisico longilineo (192 cm per 80 kg) e la sagoma che ricorda i portieri moderni non frenano la spiccata visione di gioco e la sua propensione alla manovra. Il tiro, l’abilità nelle verticalizzazioni e il proverbiale colpo di tacco completano un calciatore che ha qualcosa di importante da dire anche con il pallone tra i piedi. In quegli anni Socrates si laurea in medicina, ma il richiamo del campo di calcio è troppo forte e abbandona subito l’idea di esercitare la professione di medico.

“La squadra è un tutto, io da solo non valgo nulla. Ma in campo ci sono quelli che corrono e quelli che pensano”

Ed è con la maglia bianconera del Corinthians che prende forma un inusuale percorso sociopolitico, in un Brasile spossato da decenni di dittatura iniziata con un golpe foraggiato dagli Stati Uniti e capeggiato da Castelo Branco, nel 1964. Nel novembre del 1982 il primo slogan del laboratorio politico Corinthians compare con una scritta sulle magliette: “Il 15 andate a votare”. L’obiettivo è sensibilizzare tifosi e masse popolari ad andare a votare per le elezioni municipali e statali. In quei mesi, nello spogliatoio, prende consistenza la Democrazia Corinthiana, un modello di autogestione ideato principalmente da Socrates e seguito quasi alla lettera dai suoi compagni, tra cui Casagrande, Biro-Biro e Zenon.

“Venivano proposte tre soluzioni diverse che poi dovevano essere votate. E si accettava la scelta della maggioranza. Non emersero mai problemi. Solamente Leao, il portiere, non votò mai e si rifiutò di aderire alla linea comune, ma accettò sempre le volontà del gruppo. Un progetto del genere non sarebbe più possibile, e non solo in Brasile, perché il calcio adesso è la cosa più antisociale che esista” 

A spalleggiare l’evoluzione della Democracia Corinthiana c’è Adilson Monteiro Alex, il direttore tecnico del club, nonché sociologo. Ogni singola decisione, sia nello spogliatoio che ai vertici del club, viene decisa in maniera collettiva ed è abolito l’obbligo del ritiro per i calciatori. L’esperimento non è tutto rose e fiori, gira voce che qualche giocatore lo definisca un gran casino, ma il Corinthians vince due titoli paulisti, nel 1982 e nel 1983. La squadra adotta lo slogan“Ganhar ou perder, mas sempre com democracia” (“Vincere o perdere, ma sempre con democrazia”). La nuova forma di governo del Corinthians è destinata all’epilogo nel 1984, quando Roberto Pasqual diventa il nuovo presidente battendo proprio la cordata di Adilson Monteiro Alex.

Per il Dottore (uno dei soprannomi con cui veniva chiamata Socrates, gli altri erano “Il Filosofo” e “Il Magrão”) la Democrazia Corinthiana ha rappresentato una spinta in più per il popolo brasiliano, in un periodo cruciale del paese sudamericano. Socrates, lettore divoratore delle opere di Che Guevara, dirà qualche anno dopo: “Il calcio è l’unica azienda nella quale il lavoratore è più importante del padrone. Il calciatore può essere osteggiato, limitato, ma alla fine è lui ad avere le carte migliori per cambiare lo stato delle cose. La Democracia Corinthiana è stata un processo che ha aiutato i brasiliani a sollevare la testa e a liberarsi dopo vent’anni dell’oppressore”. Nel 1984,  con la fine dell’innovativo progetto politico-calcistico, durante un comizio Socrates promise di restare in Brasile e al Corinthians se il parlamento avesse votato un emendamento costituzionale per ristabilire libere elezioni. Non avvenne nulla di tutto ciò, decise quindi di cambiare radicalmente aria.

“Chi preferisco tra Mazzola e Rivera? Non li conosco… Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio”

L’arrivo a Firenze segna un punto di non ritorno nella carriera sportiva e parapolitica del Dottore. I viola lo acquistano per 5,3 miliardi di lire, ma in Italia i ritmi in campo sono già alti e non c’è posto per giocare con lentezza e filosofia.  Sulle sue difficoltà con il calcio moderno l’opinione è coerentemente rivoluzionaria: “Una volta, ogni giocatore correva in media 4 chilometri a partita, ora ne fa dieci: così non ci sono più spazi per la creatività. Meno giocatori, riporterebbero più spazio alla fantasia. Per consentire ai giocatori di sfruttare maggiormente le loro abilità tecniche, è necessario compensare l’evoluzione fisica degli atleti”. L’entusiasmo e la curiosità iniziale di tifosi e addetti ai lavori lascia subito spazio alle perplessità. Socrates lascia la Serie A dopo un anno con un bottino di 25 presenze e 6 gol.

“Hanno detto tante cose, ma la verità è soltanto una: io colpivo la palla di tacco per farvi innamorare”

Socrates, dopo l’esperienza italiana, torna prima al Flamengo e poi al Santos, dove chiuse la carriera nel 1988. A livello di club ricompare fugacemente nel 2004 nella doppia veste di giocatore-allenatore con il Garforth Town, squadra dilettantistica inglese. In Nazionale colleziona 60 presenze e disputa due Mondiali. Nel 1982 è il capitano del Brasile più forte della storia dopo quello del ’70 che si arrende all’Italia per 3-2, nel secondo turno, in quella che venne definita dalla stampa brasiliana “la tragedia del Sarrià”. Nel 1986 i verdeoro di Socrates non vanno oltre i quarti di finale persi contro la Francia. Ottiene un terzo ed un secondo posto in due edizioni della Coppa America (1979 e 1983).

Ho provato a smettere di bere e fumare cinquantamila volte. Ho provato anche oggi, ma ho resistito fino alle 11 del mattino. L’unico quesito filosofico che mi pongo è: ‘Perché mai dovrei cercare di fingermi diverso da come sono?’

L’alcol e le sigarette non hanno mai abbandonato Socrates, soprattutto dopo la fine dell’attività agonistica. Nel corso del 2011 viene più volte ricoverato in ospedale per disturbi all’apparato digerente e intestinale. Nel settembre dello stesso anno la cirrosi epatica prende tragicamente forma nel suo fegato, il 3 dicembre un’infezione intestinale aggrava definitivamente il suo stato di salute. Muore il giorno successivo. L’indissolubile legame con il Corinthians raggiunge il suo apice con la data della sua morte, una coincidenza emblematica, tanto trascendentale quanto commovente. Nel 1983 un giornalista gli chiese “Socrates, come vedi la tua morte?”. Il Dottore non aveva dubbi:  “La mia morte? Se ci penso vorrei morire di domenica e col Corinthians campione”.  Il 4 dicembre del 2011 il Timao conquista il titolo carioca pareggiando 0-0 contro il Palmeiras. Il minuto di silenzio precede il saluto collettivo a pugno chiuso dei giocatori del Corinthians. E’ l’ultimo commiato all’uomo che sognava di cambiare il Brasile da uno spogliatoio di calcio.

(di Antonio D’Avanzo)