La lezione di Marine

 

I successi del Front, in termini di crescita del consenso elettorale, sotto la direzione di Marine Le Pen (dal 2011) sono innegabili, e in particolar modo se li confrontiamo con lo scenario italiano, dove le forze d’opposizione, a partire da Grillo e Salvini, restano divise e inconcludenti. 

Confrontiamo i risultati alle europee del 2009 e alle parlamentari (rispettivamente 2007 e 2008), tra Front National e Lega Nord, il partito italiano che oggi più sostiene d’ispirarvisi: Le Pen ricevette rispettivamente 1.091.691 e 1.116.136, di contro ai 3.126.915 e 3.024.758 (alla Camera) di Bossi. Oggi, i rapporti forze sono invertiti, con Salvini che, nonostante guidi ormai la maggiore forza di centrodestra, è ben lungi dal riscuotere i consensi di Marine. 

Sicuramente, ha contribuito il fatto che la Lega, da oltre vent’anni, ha partecipato a governi nazionali e locali, senza farsi mancare la sua dose di inciuci e contraddizioni. Il Front, invece, si è sempre mantenuto “vergine”, da questo punto di vista, senza esperienze di governo rilevanti. Tuttavia, il merito principale di Marine Le Pen è la strategia di “dédiabolisation” (s-demonizzazione) messa in atto per smarcarsi dall’etichetta di estrema destra e affermarsi come partito effettivamente al di là della destra e della sinistra, votato anche da una buona fetta dell’elettorato deluso dalla sinistra. 

Non solo, ma è stato osservato come molti intellettuali, anche provenienti da sinistra, anche distanti dal FN, riflettano oggi tematiche affini, a proposito della critica al liberalismo dominante, come Houellebecq, Finkielraut, Zemmour, Onfray, Debray, Sapir e altri. Questa strategia, che costituisce l’esempio di ciò che avrebbe dovuto essere la Svolta di Fiuggi in Italia, si fonda su un processo di formazione dei quadri dirigenti, raccolta di finanziamenti, attenzione ai media, con il fine di mettere in campo una forza non più di protesta o di testimonianza, bensì di governo. 

Un caso esemplare di questa professionalizzazione del partito, è indubbiamente il vicepresidente del FN Florian Philippot (36,08% in Alsace-Champagne-Ardennes-Lorraine), burocrate formatosi all’École Nationale d’Administration, omosessuale e sovranista neogollista. Un altro è il consulente politico Sébastien Chenu, fondatore di GayLib e proveniente dall’UMP, ora presidente del collettivo culturale CLIC, uno delle varie associazioni tematiche legate al cartello frontista Rassemblement bleu Marine. Oltre ad attrarre i transfughi, la Le Pen ha saputo valorizzare anche vari elementi già presenti nell’estrema destra francese. 

È stato, ad esempio, il suo compagno (dal 2009), l’avvocato Louis Aliot (33,87% in Languedoc-Roussillon-Midi-Pyrénées), figlio di coloni franco-algerini (con un nonno ebreo) e consigliere regionale frontista dal 1998, a fondare il think tank Club Idées Nation e a migliorare i rapporti con Israele. Mentre Frédéric Chatillon, già membro del Groupe Union Défense, con la sua agenzia di comunicazioni Riwal, ha curato molte campagne del Front e stabilito connessioni con la Siria. 

Né è da trascurare l’apporto, a livello di concetti e idee, degli ambienti della Nouvelle Droite. Un caso paradigmatico a livello concreto: negli undici comuni conquistati alle elezioni comunali del 2014, i candidati eletti hanno ricevuto un manuale di un centinaio di pagine contenenti precise istruzioni tecniche e norme etiche. Ebbene, in tutti questi comuni, il consenso elettorale alle ultime elezioni è stato nettamente superiore (fino all’87% in più) rispetto al risultato regionale. 

Questo significa anche che, sul piano dei contenuti, la vecchia linea “reaganiana” di Jean-Marie, improntata a un modello sciovinista e anti-statalista, è stata sostituita dunque da un protezionismo sociale ed economico gollista, che rifiuta le ingerenze statunitense ed eurocratica, e mira a rafforzare lo stato sociale. Il discorso sulla lotta all’immigrazione e la difesa dei valori nazionali resta intatto, anche se è stato smorzato nei toni, evitando certi becerismi e i legami più evidenti con il neofascismo e l’antigiudaismo, a costo di dover gettare fuori dal Partito lo stesso fondatore. Parigi val bene un parricidio. 

Naturalmente, la convivenza all’interno di questo grande partito di più anime, dai neofascisti ai gollisti, dai tradizionalisti cattolici ai repubblicani statalisti, non è indolore, come mostrano la difficile relazione con Jean-Marie, oppure il recente scontro tra il geopolitico realista Aymeric Chauprade e l’attivista antisionista (ex-comunista) Alain Soral a proposito della questione palestinese. Nondimeno, nessuna delle fuoriuscite è riuscita a incrinare il crescente successo del Partito. 

In ogni caso, è perciò evidente la superiorità a livello di preparazione specifica e di competenze politiche del Front National rispetto a compagini analoghe di altri Paesi europei. Superiorità che sola consente di passare da voto di protesta a opzione di governo, e che conferma l’importanza di Marine Le Pen come esempio pratico, al di là delle idee espresse.

(di Andrea Virga)