La sinistra contro il socialismo in Venezuela

 

A bocce ferme, si può dire che – esattamente come le recenti elezioni francesi – anche le ultime elezioni venezuelane ci additano un caso politico molto istruttivo, relativo al Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV). 

Prima di tutto i fatti: alle elezioni parlamentari, il 74,17% degli elettori venezuelani si è recato alle urne per scegliere i propri candidati al Parlamento tra due grandi coalizioni: la Mesa de Unidad Democrática (MUD), che riunisce oltre una dozzina di partiti d’opposizione, il cui orientamento varia dal centrodestra al centrosinistra; il Gran Polo Patriótico (GPP), che raccoglie il PSUV e una gran quantità di formazioni fiancheggiatrici più o meno di sinistra. La prima ha vinto con ben 7.726.066 voti (56,22%) conquistando 109 seggi, ossia pressoché il doppio della coalizione di governo, che coi suoi 5.622.844 voti (40,91%) ha ottenuto appena 55 seggi. 

Rispetto alle ultime elezioni parlamentari (2010), il GPP ha leggermente aumentato i propri consensi assoluti, ma questi sono stati insufficienti per fronteggiare la grande mobilitazione condotta dall’opposizione, i cui voti, così come la partecipazione elettorale, sono cresciuti ampiamente. Tra i principali partiti d’opposizione, gli storici COPEI (Partido Social Cristiano) e, in misura minore, Acción Democrática (AD), che avevano governato il Paese nei decenni precedenti, sono ormai stati affiancati e superati da nuove formazioni politiche sorte nel nuovo secolo per opporsi al bolivarismo, come Voluntad Popular (VPA), Un Nuevo Tiempo (UNT) e Primero Justicia (MPJ). 

Un dato importante è che anche all’opposizione prevalgono posizioni, almeno formalmente, di centro-sinistra, con tre importanti partiti affiliati all’Internazionale Socialista (AD, VPA, UNT), e la forte presenza nel discorso politico di termini quali “umanesimo”, “democrazia”, “progresso”, “diritti umani” e perfino “socialismo”, contrapposto al presunto “capitalismo di Stato” del governo bolivariano. Questo non significa che non esistano anche forze conservatrici e liberiste, ma di fatto sono in minoranza, sia perché la destra classica non è mai stata particolarmente forte in Venezuela, sia perché per evitare le discutibili accuse di “fascismo”, mosse dai governativi, anche la retorica anti-governativa si è spostata a sinistra. 

È forse un caso del resto, che proprio nelle file dell’opposizione, siano stati eletti il primo deputato apertamente omosessuale (Rosmit Mantilla) e il primo deputato transessuale (Tamara Adrián) in Venezuela, entrambi feroci oppositori del governo, in nome dei cosiddetti “diritti LGBT” (il primo addirittura dichiarato “prigioniero di coscienza” da Amnesty International)? È un fatto di cui i catto-conservatori che sputano veleno anticomunista contro il bolivarismo, sembrano dimenticarsi. 

In questa tendenza, si può senza dubbio intravedere una netta vittoria della Rivoluzione bolivariana: salvo una minoranza di borghesi benestanti, nessun venezuelano, anche se scontento del governo, è disposto a rinunciare alle indubbie conquiste sociali, sancite negli anni precedenti, a livello di espansione dell’istruzione e della sanità pubbliche, miglioramento dei diritti dei lavoratori e riduzione della povertà. Infatti, lo zoccolo duro del voto bolivarista (circa 5 milioni e mezzo di voti) ha retto, mentre l’afflusso di voti a favore dell’opposizione ha ben altre motivazioni. I venezuelani non vogliono il liberismo, bensì strade sicure, meno mazzette e merci sugli scaffali. 

Ora, a questo proposito va precisato che l’opposizione ha sempre giocato molto sporco, grazie all’appoggio non solo dei ceti borghesi venezuelani – tra cui spicca la comunità italiana, che controlla una parte consistente dell’industria manifatturiera –, ma anche del vicino governo colombiano e degli Stati Uniti. La bassa manovalanza è costituita da paramilitari colombiani, specie dopo la loro smobilitazione (2003-2006) ed esuli cubani, come il terrorista Luis Posada Carriles, da sempre avanguardia del mercenariato anticomunista. Del resto, il ricco stato frontaliero di Zulia, oltre ad ospitare ampia parte delle riserve petrolifere del Paese, è una roccaforte dell’opposizione (in particolare UNT). 

Tentativi di golpe, progetti d’assassinio, serrate, scioperi, manifestazioni, atti di violenza sono stati solo alcuni dei mezzi di lotta, legali e illegali, messi in atto dall’opposizione. Non a caso, dopo le elezioni i negozi si sono nuovamente riempiti di merce, molta della quale piuttosto datata. Succede, quando il 90% della grande distribuzione è in mano a privati ostili allo Stato, così come il 70% dei media, che non esitano a strumentalizzare i problemi sociali e manipolare l’opinione pubblica. Esemplare a questo riguardo la testimonianza di Attilio Folliero, politologo italiano residente a Caracas. 

Insomma, si tratta di una vera e propria lotta di classe, che vede l’intera borghesia, da destra a sinistra, ma soprattutto a sinistra (come abbiamo visto), scagliarsi contro il socialismo nazionalista sostenuto dal popolo. Anche qui, la dicotomia, tra patriottismo e mondialismo, abbracciata da Marine Le Pen, trova quindi corrispondenza nella realtà.

(di Andrea Virga)