Patrioti contro mondialisti

 

Non c’è dubbio che, nonostante la sconfitta ai ballottaggi, il Front National si sia confermato il protagonista di queste elezioni regionali francesi. È vero che le regioni nella centralista Francia contano ben poco, al punto che sono ora state accorpate, andando a creare degli orrendi ircocervi geografici spesso privi di qualsivoglia coerenza etnoculturale, veri e propri equivalenti amministrativi del calendario giacobino. 

Tuttavia, l’importanza simbolica di questo voto è palese, in primo luogo perché le reazioni degli avversari mostrano una sostanziale unitarietà e intercambiabilità del blocco centrodestra/centrosinistra, confermando quindi il valore del FN come forza, se non davvero rivoluzionaria, almeno di rottura. D’altra parte, i dati elettorali del Ministère de l’Intérieur sono notevoli. 

Il Front National, al primo turno, ha ottenuto 6.018.914 voti (27,73% degli espressi), confermandosi come il primo partito in assoluto, e segnando un aumento del 170,6% rispetto alle ultime regionali (2010). Al secondo turno, nonostante la vergognosa conventio ad excludendum, i voti non sono diminuiti, come era successo nel 2010, con un calo del 12,6%, ma sono aumentati (tranne nell’Île de France) del 13,3% complessivo arrivando alla cifra record di 6.820.147, mai raggiunta finora dal Partito.

La compagine dei Le Pen, forte di un aumento del 32,6% rispetto alle dipartimentali dello scorso marzo, ha quindi triplicato i seggi regionali da 118 a 358 (18,74%). Il successo maggiore si deve alla giovane Marion, in Provence-Alpes-Côte d’Azur, fermatasi al 45,22% contro il conservatore Estrosi. Naturalmente, sostenere che il FN sia il partito ideale ed esaltarlo a spada tratta sarebbe nel migliore dei casi un’infantile ubriacatura. Infatti, i limiti numerici continuano ad essere forti: si tratta della terza coalizione, dietro la destra e la sinistra, e ha ottenuto appena il 15,06% dei voti dell’elettorato francese.

Gli astenuti, infatti, hanno superato di pochissimo i votanti, al primo turno, mentre la corsa alle urne promossa dagli avversari, e fermatasi comunque a +8,5 punti percentuali (quindi comunque un’astensione superiore al 40%), ha giocato a sfavore. 

Soprattutto, però, dal punto di vista politico, è evidente che è ben lungi dall’essere perfetto. In un’ottica di classe, il Front National è essenzialmente un partito nazionalista interclassista di matrice borghese, riformista in ambito socioeconomico, secondo la tradizione statista francese. La sua refrattarietà all’integrazione europea e la sua mancata rottura con l’imperialismo si prestano a strumentalizzazioni atlantiste in politica estera. 

Dal punto di vista tradizionalista, al di là delle promettenti simpatie di Marion, il Front National non si discosta dai principi del centralismo e della laicité. Tuttavia, è altrettanto innegabile che, al di là di questi limiti, il Front National rappresenta oggi l’unica forza d’opposizione di massa in Francia, con un programma politico nazionalpopolare valido. 

A riguardo, sono eloquenti i giudizi positivi di due delle migliori teste non allineate in Italia: il filosofo comunista Preve e il politologo Tarchi , proveniente dalla Nuova Destra. Del resto, rilievi critici analoghi possono essere mossi anche ad altre esperienze politiche contemporanee positive: da Putin a Maduro, dai Kirchner ad Assad. Esso rappresenta dunque un esempio e un interlocutore interessante per altre forze politiche che in Europa vogliano iniziare a scrollarsi di dosso le proprie catene, accettando la dicotomia schmittiana posta ieri sera da Marine Le Pen: «Il solco non è più tra sinistra e destra, ma tra mondialista e patriota.»

(di Andrea Virga)