La sindrome dell’assediato e il fatalismo berlingueriano

 

I difensori di Tsipras e la sinistra euroriformista fanno una tristezza infinita. Dicono “Tsipras non poteva fare di più e ha ottenuto il massimo”. Sono trent’anni che si sente dire che la politica non può fare di più che arrendersi, che bisogna accontentarsi dei compromessi al ribasso, che bisogna accettare i disastri sociali del neoliberismo perché altrimenti ci sarebbero disastri ancora peggiori. Al di là del fatto che si tratta di affermazioni indimostrabili e perciò prive di fondamento, mentre il disastro attuale creato seguendo le ricette europee è dimostrato, se la politica si dichiara inutile, a cosa serve? Tanto varrebbe chiudere i parlamenti e i governi e darsi al bricolage. Con questa sindrome dell’assediato la sinistra si è trasformata in una destra mascherata. Il PCI di Berlinguer non poteva governare da solo perché altrimenti ci sarebbe stato un golpe (che poi c’è stato lo stesso) e quindi teniamoci buoni i padroni.

Bisognava appoggiare i governi Prodi e D’Alema e tutte le loro schifezze per tenere lontano l’uomo nero, lo spaventapasseri Berlusconi. Adesso quei “dirigenti” che ci hanno raccontato queste favole, che non ne hanno indovinata mezza inanellando una interminabile serie di fallimenti, ci vengono a dire che bisogna fare la sinistra del Pd, perché Civati sarebbe un po’ meglio di Renzi. La loro strategia è la resa incondizionata, la capitolazione neanche troppo onorevole, ma magari dopo una finta resistenza alla Tsipras. Vogliono la capitolazione e pretendono di travestirla da vittoria. La Grecia non può uscire dall’euro, ci dicono. Perché ci sarebbe il default, perché ci sarebbe un’inflazione alla Weimar, perché gli Stati Uniti non vogliono, perché le code agli sportelli, le carriole di banconote, le piaghe d’Egitto, ecc. Marx scriveva che i proletari non hanno da perdere che le loro catene. I geni dell’eurosinistra sostengono, invece, che perdere quelle catene sarebbe una immane tragedia, giacché il prigioniero potrebbe suicidarsi.

(di Matteo Volpe)