L’abbattimento del caccia russo e le strategie di Putin

 

Che ne dicano i detrattori e i fanatici NATO, l’abbattimento del cacciabombardiere russo impegnato nei bombardamenti alla roccaforte del Califfato in Siria, ossia Raqqa, rappresenta, al di là di tutto, una nuova vittoria di Vladimir Putin nello scacchiere della politica internazionale, dopo la questione ucraina e il tempismo perfetto nello scendere in campo all’interno dello scacchiere siriano a sostegno del Presidente Bashar al-Assad. 

Sì, perché dopo il G20 di Ankara tenutosi in seguito agli attentati terroristici di Parigi del 13 novembre 2015, Vladimir Putin aveva esplicitamente dichiarato, citando come fonti dei documenti provenienti dal Brookings Institute di Washington, che alcuni Stati aderenti, tra cui Turchia ed Arabia Saudita sono i maggiori finanziatori e i maggiori fornitori di armi di Daesh. 

Una mossa abilissima; in un colpo solo, con queste dichiarazioni e con quanto successo nei cieli mediorientali, Vladimir Putin è riuscito ad inchiodare il sultano Erdogan, nostalgico degli sfarzi ottomani, alle sue pesanti responsabilità di doppiogiochista, nonché l’Occidente al silenzio complice sull’operato sospetto e scabroso del nuovo Impero Ottomano; dai bombardamenti contro il PKK – acerrimo nemico sul campo di battaglia dello Stato Islamico insieme ai Peshmerga e al braccio armato del Partito dell’Unione Democratica – all’acquisto di petrolio dalle riserve petrolifere di Daesh.

Dopo questo abbattimento, infatti, l’Occidente ha capito ancora una volta (come se ce ne fosse bisogno) che Vladimir Putin è l’unico baluardo su cui fare affidamento per sconfiggere il cancro islamista. Questo perchè, contrariamente ai lacchè e agli zerbini dei petromonarchi sauditi – finanziatori e ispiratori ideologici dell’ISIS, essendo salafiti e wahabiti – tutti dichiarazioni di facciata e pochi fatti, Vladimir Putin si reca nell’Iran sciita, dall’Ayatollah Khameini per stipulare accordi militari sempre più proficui ed intensi al fine di estirpare con maggior convinzione la metastasi del terrorismo in Siria.

Tuttavia, e non c’è neanche da dubitarne, ai progressisti “de sinistra” di casa nostra, tutti esterofilia e antiputinismo da asilo Mariuccia non interesserà nulla, e tra un aperitivo vegano ed una lettura gay-friendly, continueranno imperterriti a propagandare l’entrata in Europa della Turchia, dopo oggi, complice di una crisi diplomatica che non potrebbe avere eguali e che potrebbe aprire a scenari bellici su scala mondiale.

(di Davide Pellegrino)