L’Iraq di Saddam Hussein e dello Stato Islamico

 

L’argomento Iraq è quello che, insieme alla questione libica, mette più a nudo le fatalità e gli errori geopolitici madornali dell’Occidente contemporaneo. E quando lo si affronta, il pensiero alla figura di Saddam Hussein sorge automatico, specialmente in relazione alla condizione di tragedia politico-economico-sociale che il paese ormai vive da 12 ininterrotti anni. 

Saddam Hussein, personaggio controverso, è colui che forse più di chiunque altro mette a nudo le contraddizioni dell’egemonia imperialista americana; aiutato e sostenuto nella 1ª Guerra del Golfo (persa) contro l’Iran sciita di Khomeini agli inizi degli anni ’80 ed accusato di ogni sorta di crimine, genocidio, collusione con il terrorismo internazionale vent’anni dopo, nel 2003, anno in cui fu defenestrato per gli interessi economici dei soliti noti. Tuttavia, e questo lo dimostrano i vilipendi spesso gratuiti e senza prove solide verso i leader “scomodi” postumi alla sua defenestrazione come Mu’ammar Gheddafi e Bashar al-Assad, credere alla macchina del fango che si è gettata sulla figura del leader iracheno è estremamente nocivo e deleterio. Non c’è “partigianeria” alcuna nel dire che Saddam Hussein fu uno dei più preparati, colti e lungimiranti leader che il Medio Oriente abbia mai visto dopo le rivoluzioni laiche e socialiste guidate dai partiti Baath.

Condottiero abile nel salvare un Paese dalla rovina della monarchia, senza piegarsi di fronte a nessuna qualsivoglia velata minaccia da parte dell’Occidente, Saddam Hussein in seguito alla nazionalizzazione delle compagnie petrolifere e con i profitti da essa derivanti attuò programmi progressisti, di secolarizzazione e di evoluzione culturale notevoli che ebbero come corollario specialmente l’incremento dell’istruzione e delle politiche sociali. Da un tasso di appena il 35% di alfabetizzazione registrato nel 1973, circa 10 anni più tardi si arrivò alla piena alfabetizzazione del popolo iracheno, con un tasso superiore al 90% e gli elogi delle Nazioni Unite, le quali definirono l’Iraq il Paese in via di sviluppo più alfabetizzato. 

I segni delle eccellenti politiche nelle infrastrutture sono rimaste pressoché alterate in questi 12 anni post caduta del regime baathista; la rete aeroportuale è tutt’ora quella ideata e costruita dal regime, così come la rete autostradale. Politiche di welfare state furono applicate anche in campo sanitario ed ebbero il grande merito di far avere accesso alle cure mediche circa il 97% della popolazione irachena, questo prima delle sanzioni decise all’unanimità al Pentagono nel 1990, le quali causarono una drastica diminuzione della fornitura di medicinali, il quasi fallimento dell’economia irachena e la morte – secondo stime UNICEF – di circa 500.000 bambini. 

In termini di culto religioso, la rivoluzione baathista di Saddam Hussein introdusse piena libertà, con particolare tutela per la minoranza cristiana, come dimostra, appunto, il suo fedelissimo per eccellenza: Tareq Aziz, ministro degli esteri di fede cristiana scomparso nel 2015. Con il cancro sempre più in metastasi dello Stato Islamico, il quale ha insediato le proprie bandiere nere a Mosul, il rischio che il trentennale processo di secolarizzazione e modernizzazione culturale attuato da Saddam Hussein – dove la sanità e l’istruzione fino al grado universitario erano gratuite e la libertà di culto era garantita – venga distrutto in favore del medioevo culturale, della teocrazia dittatoriale con ferrea applicazione della Shaaria, dell’ideologia wahabita e salafita è altissimo e quanto mai preoccupante per un Occidente, geopoliticamente miope. 

L’ipotesi, inoltre, che il sedicente Stato Islamico, in termini di politiche sociali, possa essere migliore del regime di Saddam è remota e impraticabile. Ma ai semicolti, esperti dei doppiopesismi sui morti e delle bandiere francesi come immagine profilo Facebook dubitiamo interessi realmente qualcosa, specie se qualcuno ha già decretato che Saddam Hussein è da ricordare come un terribile dittatore, magari pure fascista.

( di Davide Pellegrino)