Perché i campi Rom non vengono chiusi?

Al netto della propaganda di sistema, in cui i Saverio Tommasi di turno mostrano i campi Rom e la vita che trascorre all’interno come tranquilla e a tratti fiabesca, al netto delle beatificazioni radical chic, al netto di giornalisti o presunti tali cresciuti a pane e boldrinismo, i campi Rom – stando alle testimonianze più concrete e veritiere (ossia di coloro, anziani e non, che ci abitano vicino e hanno subito furti o violenze dagli occupanti) rappresentano il punto più alto del degrado urbano.

In primis balza all’occhio l’altissimo e allarmante tasso di criminalità. Dire che i campi Rom sono un bacino fecondo in cui stagna la peggiore manovalanza al servizio della criminalità organizzata non è affatto una generalizzazione, né un sentimento fasciopopulista live from Pontida, significa bensì dire francamente le cose come stanno. 

Non avendo spesso titoli di studio adeguati o semplicemente un reddito derivante da lavoro regolare, in questi campi impera soventemente il guadagno con la delinquenza, che va dai furti nelle case agli scippi nelle periferie più degradate, magari con l’ausilio di qualche lama od oggetto contundente, giusto per non farsi mancare nulla. 

Furti e scippi che permettono, nonostante il trend di vita apparentemente povero, di esibire bigiotteria di alto valore, Mercedes, Audi, BMW e via proseguendo. E se tu, politico, vuoi fare giustamente luce su queste stranezze – come le giudicherebbe chiunque persona sana di mente – per dare un taglio netto a questo fenomeno delinquenziale, il rischio che la macchina del fango del ceto semicolto si abbatta su di te con tutta la violenza è altamente probabile, con giustificazioni al limite del paranormale. 

Poverini, è la loro cultura e non dobbiamo giudicare”, un mantra di questi stolti ripetuto all’infinito fino a che, pure loro, come molti sfortunati, non finiranno per essere derubati, vedendo i loro averi diventare merce di scambio per una nuova e fiammante Lamborghini, ben parcheggiata dinnanzi alla baracca di legno. 

Per non parlare poi dell’uso dei minori per squallide elemosine fuori dalle stazioni o dalle metropolitane, un uso che toglie loro il sacrosanto diritto e dovere allo studio e va contro i principi basilari dell’integrazione tra culture diverse, integrazione che il ceto semicolto tanto desidera, ma che queste pratiche sono le prime a combattere, ghettizzando e non permettendo ai minori residenti nei campi, salvo rari casi, di usufruire di un regolare percorso di istruzione preferendo una sorta di surrogato di schiavitù. 

E anche qui gli occhi che si chiudono sono molteplici, specialmente quelli dei paladini dei diritti civili. Siamo ubriachi di buonismo ipocrita. Siamo giunti al livello in cui criticare uno stile di vita di questo tipo o giudicarlo inadatto significa essere razzisti. Non si può nemmeno più pronunciare la parola “zingaro” (Iva Zanicchi, mi dispiace) senza rischiare la ghigliottina mediatica o addirittura qualche sanzione pecuniaria. 

Tutto questo è anacronistico e fuori da ogni logica. I campi Rom, oltre che per tutti questi motivi di salute pubblica e degrado sociale, andrebbero chiusi anche per motivi sanitari e di igiene; sarebbe bene fornire un ultimatum entro il quale ogni residente del campo dovrà impegnarsi trovarsi un alloggio come tutti gli altri cittadini, italiani e non, senza che la cittadinanza, insieme all’amministrazione comunale, debba essere costretta senza apparenti e validi motivi a contribuire a garantire e a pagar loro i servizi fondamentali, come acqua ed elettricità, servizi che il cittadino lavoratore medio paga profumatamente

Probabilmente è una cosa difficile da chiedere ai paladini dei diritti Dem, sempre ben confinati in quartieri piacevoli e lontani dal vivere comune di chi si trova ad avere per vicino di casa un campo Rom.

(di Davide Pellegrino)