Charlie Hebdo’ era sconosciuto in Italia fino al 2006, quando l’allora ministro delle Riforme Roberto Calderoli si presentò ad un’intervista televisiva sfoggiando una maglietta con le illustrazioni delle caricature del profeta Maometto, già pubblicate dal quotidiano danese ‘Yillans-Posten’ e poi riproposte dal settimanale parigino.

Dopo l’attentato del 7 gennaio di quest’anno, costato la vita a dodici giornalisti, quasi tutti conoscono la testata e hanno visto almeno qualche vignetta. L’orrore suscitato dall’efferato atto terroristico ha reso allora molto difficile esprimere critiche alla qualità, per così dire, del giornale transalpino. Considerando come martiri della libertà di stampa i collaboratori uccisi, il giornale è stato aggettivato come satirico, libertario, irriverente, scomodo, anticonformista, dissacrante, caustico e così via: tutte parole usate con una connotazione positiva. Le manifestazioni di solidarietà, del tutto comprensibili, si sono basate su uno slogan discutibile, il celeberrimo ‘Je suis Charlie’.

Chi scrive invece ha provato pietà per i morti, ma ha sempre pensato che ‘Charlie Hebdo’ fosse una vera e propria porcheria. Ma non era opportuno calcare troppo la mano, perché si rischiava di confondersi con personaggi che sono riusciti a fare commenti del tipo “se la sono cercata”, del tutto in linea, tra l’altro, con gli argomenti espressi sia dall’ISIS che da Al Qaeda nei loro deliranti comunicati di rivendicazione dell’attentato.

E’ del tutto normale che nel periodo successivo a una morte, anche quella di qualcuno che magari si detestava, si sospendano o si attenuino le critiche nei suoi confronti: si tratta di una forma di rispetto verso chi piange la scomparsa. C’è molta saggezza in questo pudore: non serve per forza rivalutare l’operato di una persona, basta riconoscersi tutti uguali di fronte alla morte.

Passato un po’ di tempo, la cui durata dipende soprattutto dalla sensibilità del singolo, ci si permette eventualmente di tornare anche ad esprimersi con durezza verso l’estinto, e ciò vale sia in ambito privato che pubblico: solo a questo punto ci dovrebbe essere di nuovo spazio per la satira, altrimenti c’è solo l’assegnazione di un nome nobile ad un’azione ripugnante come il dileggio della vittima.

Si provi ad immaginare una cosa simile in ambito privato: è un classico del gruppo di amici maschi fare qualche battutina sulle rispettive compagne. Certo, bisogna sapere quanto ci si può spingere oltre, senza offendere nessuno e se non si è più che certi di non esagerare, meglio soprassedere. Ma anche in un gruppo dove simili battute sono considerate un divertimento innocente e si sta allo scherzo, quando uno degli amici dovesse perdere la propria donna, è ovvio che non si scherzerà più: chi lo facesse sarebbe considerato una persona molto cattiva o un completo idiota. O entrambi. Ecco, questo genere di divertimento, scherzare su cose tanto intime come la fede religiosa, oppure il lutto, è la cifra di Charlie Hebdo.

Il giornale o, per meglio dire, il giornalaccio in questione esiste dal 1970: nato per aggirare la chiusura di una precedente pubblicazione, il mensile ‘Hara-kiri’, definito dai suoi fondatori, Georges Berniere e François Cavanna, “un giornale stupido e cattivo”. Stupido e cattivo, come chi scherza sulle altrui disgrazie: il motivo della chiusura fu proprio una becera copertina dedicata alla morte del generale Charles de Gaulle.

Per l’attuale direttore, il disegnatore Stéphane ‘Charb’ Charbonnier, il suo è invece un “giornale irresponsabile”: un’altra definizione precisa, ma tutt’altro che un vanto. Ora si torna a parlarne per un paio di stomachevoli vignette sull’attentato all’aereo russo avvenuto nel Sinai, costato la vita a 224 persone. Non c’è niente di cui sorprendersi, è il suo stile. Forse sarebbe meglio ignorarlo e non fargli pubblicità. In ogni forma di comicità c’è almeno un po’ di cattiveria, ma la risata e il suo magico, salutare effetto rendono tutto ciò accettabile. Il peggior difetto di Charlie Hebdo è che fa arrabbiare, ma non fa ridere. Non sa farci andare andar oltre alla mera ripugnanza.

Con le parole del comico Daniele Luttazzi: “la satira, per definizione, è contro il potere”.

La sua forza sta nella sfida a chi è forte, c’è una vera dimostrazione di coraggio in ciò. Prendere in giro un debole o addirittura morto merita invece un altro nome: crudeltà.

Aggiunge Luttazzi: “Come si uccide la satira? Dandole potere”. Ecco il punto: a ‘Charlie Hebdo’ è stato concesso potere, perché oramai nessuno si permette di porgli quei limiti che gli autori non vogliono o non sono capaci di darsi da sé: la loro è una satira morta.

E non c’è proprio niente da ridere.

(di Michele Orsini, da L’Opinione Pubblica)